sabato 15 novembre 2014

Marco White Bianchi, il supereroe italiano dello SlamBall


Alzi la mano chi non hai mai sognato di schiacciare a canestro come un personaggio di un videogioco della PlayStation o Xbox?
È stata proprio questa domanda e il sogno di “fare giocate che solo i giocatori in pixel potevano permettersi” a spingere a Mason Gordon nei primi anni del 2000 a gettare le fondamenta di quello che di lì a poco sarebbe diventato lo SlamBall. Partendo da un campo assemblato a mano dentro un magazzino, lo SlamBall negli anni è andato evolvendosi diventando un gioco estremamente rapido e dal grande tasso di spettacolarità. La genialità di Gordon è stata infatti quella di posizionare sotto le plance quattro tappeti elastici che avrebbero permesso agli atleti di spiccare letteralmente il volo ed eseguire la loro schiacciata, quel dunk che ogni giocatore – quale sia il suo ruolo o lega – sogna di poter segnare a referto.
In pochi anni, lo SlamBall ha conquistato l’attenzione dei media statunitensi per poi raggiungere anche l’Europa grazie al produttore Andrea Fabbri che ne intuì le potenzialità mediatiche facendolo sbarcare anche in Italia, dove è stato trasmesso  cinque anni fa su Italia 1 e GTX con la telecronaca di Ciccio Valenti e Dan Peterson.
Ed è proprio così, guardandolo in TV, che Marco White Bianchi ha conosciuto questo gioco: “uno sport nel quale lo scopo principale è schiacciare…non me lo potevo certo perdere! Io sono un giocatore molto verticale e che ha un’ottima elevazione. Schiacciare per me è il massimo e nello SlamBall il dunk è la quintessenza del gioco. Così, quando il tour è sbarcato a Riccione per una tappa promozionale, ho colto al volo l’occasione e sono sceso in campo…anzi…sono saltato sui tappeti elastici e ho fatto quello che mi diverte di più al mondo: schiacciare a canestro”.
Così, Marco diventerà il primo europeo a giocare da professionista nello SlamBall: il riccionese prenderà infatti parte al tour promozionale in Cina dei Los Angeles Maulers. A fargli da mentore e a guidarlo in questa nuova avventura, sarà “il  Micheal Jordan dello SlamBall”: Stan Fletcher. “È stato lo stesso Fletcher a chiedermi amicizia su Facebook grazie all’amicizia in comune con Fabbri” – ricorda Marco – “ed è così che ho siglato il contratto che mi porterà in tour con i Los Angeles Maulers, una delle squadre più forti della lega: se Fletcher è come Jordan, bé, i Maulers sono un po’ come i Miami Heat del 2012 e del 2013: i migliori. Quello di andare in giocare per una squadra americana era da sempre un mio sogno e grazie allo SlamBall e ai Maulers lo realizzerò non appena inizierò il tour in Cina. Poi ce ne sono altri due: vincere una gara delle schiacciate e vincere il campionato, e ce la metterò tutta per poterli incoronare.
Essere stato contattato direttamente da Fletcher è per me un grande onore” spiega Marco che proprio per non deludere le aspettative del suo nuovo mentore si è subito messo al lavoro: “quando si gioca a SlamBall è indispensabile lavorare su tutto il  corpo allenando cioè tutti i muscoli. Per questo appena ho saputo della convocazione mi sono messo subito al lavoro seguendo la scheda di allenamento che mi hanno mandato direttamente da Los Angeles. Il fatto di dover saltare continuamente e la velocità del gioco, fa sì che si sudi davvero tanto ed è quindi importante essere preparati fisicamente.
E non solo. Anche se il suo contratto per il momento si limiterà al solo tour cinese, Marco ha già ben chiaro il suo futuro e come raggiungerlo: “So già che farò di tutto per convincere il coach a portarmi con lui anche nel campionato americano. E sono disposto a lavorare sodo per raggiungere questo obiettivo. Quando sarò in Cina, per me non ci saranno gite alla Muraglia Cinese o a qualche tempio: il mio tempo libero lo passerò in palestra con Fletcher ad allenarmi e ad affinare la mia tecnica di gioco. Non a caso ho scelto la maglia numero 1: sono il primo italiano, anzi, il primo europeo a diventare un professionista in questo sport; e un giorno, proprio come Fletcher, voglio diventare il numero 1 nello SlamBall. Potrò sembrare un po’ sbruffone nel dire questo, ma ci tengo davvero tanto: in questo tour , non rappresenterò solo me stesso, ma anche l’Italia”.
Ma la strada verso la vetta è assai dura; e non per modo di dire. Nelle intenzioni del suo fondatore, lo SlamBall doveva essere un gioco fisico, di contatto, un po’ come il football e l’ hockey piuttosto che il basket. Infatti, le azioni dello SlamBall ricordano più i placcaggi della NFL o le cariche contro le balaustre dell’hockey : “il contatto fisico è un po’ l’anima di questo sport e ci si deve allenare specificamente su come ricevere i colpi e come cadere a terra” – spiega il gunner dei Maulers – “Nel momento in cui inizi a palleggiare, puoi essere atterrato in qualsiasi momento e ricevere colpi durissimi”.
Etichettare lo SlamBall solo come uno sport “duro” e “fisico” non sarebbe però del tutto corretto. Tra tutti quei contatti durissimi e in tutti quei salti c’è infatti spazio anche per un po’ di arte e di – chiamiamola così – poesia: “nel momento in cui ti atterrano, ti ritrovi l’avversario con la faccia vicino alla tua che ti urla qualcosa o che ti insulta in qualche maniera innovativa….anche questo fa parte del gioco ed è l’aspetto che mi esalta di più” scherza Marco. “E, anche se può sembrare un po’ un controsenso, in questo sport c’è anche un tocco artistico. Il dunk dello SlamBall non è quello del basket: grazie ai tappeti elastici, infatti, è possibile saltare di più e quindi avere il tempo di mettere insieme varie figure, vari trick che rendono la tua schiacciata unica e personale. Fletcher in questo è stato un grandissimo innovatore, ed io stesso ho perfezionato la “schiacciata White: se voglio vincere la gara delle schiacciate la devo rendere anche più spettacolare, proprio come i trick dei giocatori “in pixel”.
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Oltre a ricreare quelle giocate “da PlayStation”, nell’ideare lo SlamBall, Gordon aveva in mente anche un altro obiettivo: quello di “creare uno sport dove tutti si sentissero un po’ supereroi”. E se per volare un po’ come Superman ci pensano i tappeti elastici, a rendere i giocatori dello SlamBall una sorta di Spiderman o di Daredevil sono i loro soprannomi. Nel caso di Marco si tratta di “White”: “un nomignolo che mi hanno affibbiato i miei compagni di squadra americani a Rimini, e che mi è rimasto. Da quel momento tutti mi hanno sempre chiamato così, tanto che ad un torneo mi segnarono come “White” senza specificare il mio vero nome e cognome: ormai mi conoscevano con quel soprannome e per questo me lo poterò anche nello SlamBall”.
Se Marco riuscirà a lasciare il segno in questo sport sarà solo il campo a dirlo; ma vista la sua determinazione, il suo entusiasmo e la sua inventiva, siamo sicuri che la sua “schiacciata” saprà conquistare gli appassionati di questo sport. Ed essendo il primo italiano a giungere a questi livelli, per noi “White” è già un supereroe!
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L'articolo originale è pubblicato su BasketLive.it 

giovedì 13 novembre 2014

Marco White Bianchi, exLoreto, è il primo europeo professionista nello SlamBall

immagineMarco “White” Bianchi, ex Pisarum e Loreto, sarà il primo giocatore europeo a solcare i tappeti elastici dello SlamBall, un mix di basket, hockey e football dall'alto tasso di spettacolarità e contatti fisici.

In tutta la sua carriera, Marco “White” Bianchi più che un tiratore è stato un gunner, un giocatore verticale che non perde occasione per schiacciare a canestro. Per questo, tra tutti i giocatori italiani, l'ex giocatore del Pisarum è quello che sicuramente meglio si adatta alloSlamBall.

Che cosa è lo SlamBall? Semi-sconosciuto in Italia (5 anni fa lo si poteva vedere su Italia 1), negli States, dove è nato, ha un larghissimo seguito e tra i giocatori conta anche ex-stelle NBA e NCAA. I detrattori lo liquidano spesso come un gioco da ragazzi, dato che per schiacciare a canestro i giocatori usano un tappeto elastico posizionato sotto le plance. Ma c'è di più. Lo SlamBall, infatti, condivide con il basket solo i due canestri e la palla; il resto ricorda di più il football e l'hockey.

Lo SlamBall è un gioco fisico, pieno di contatti” - ci racconta Marco - “tanto che ci si allena su come ricevere i colpi e come limitare i danni. In questo sembra un po' il football: appena inizi a palleggiare ti puoi ritrovare placcato a terra con l'avversario che ti urla in faccia e che ti fa dei gesti non poco amichevoli. E a me queste cose caricano tantissimo!”. 

Uno sport quindi assai “duro e crudo”, più fisico del classico basketball, ma che, osservandolo bene, racchiude in sé anche un po' di arte: “schiacciare lo fanno tutti. Quello che differenzia un gunner dagli altri è la maniera in cui esegue il gesto e la sequenza di figure che mette insieme prima di insaccare la palla nel canestro. Più i trick sono spettacolari, più ci saranno persone pronte a seguirti. E naturalmente anche io ho messo insieme delle figure”.

Marco, che la prossima settimana partirà insieme ai suoi compagni dei 
Los Angeles Maulers per un tour in Cina, è il primo europeo ad entrare nei professionisti di questo sport nato in USA nel 2001 grazie all'audacia e alla fantasia di Mason Gordon. Ma come è entrato a far parte di questo progetto l'ex giocatore del Loreto?

È stato Fletcher a contattarmi su Facebook grazie ad una amicizia in comune” - ricorda Marco - “per chi non sapesse chi sia Stan Fletcher, basti dire che è considerato il Micheal Jordan dello SlamBall. Potete quindi immaginare che onore sia stato per me essere entrato nelle sue amicizie e il mio entusiasmo nell'accettare la proposta dei Maulers – una delle squadre più forti della lega - di unirmi al loro Tour”.

Per il momento, il contratto di Marco si limita al Tour cinese, ma il riccionese non nasconde di voler guadagnarsi sul campo la fiducia di coach Anderson e volare negli USA per il campionato. “
Dopo che il mio sogno NBA si è infranto, in testa avevo solo tre cose: giocare il campionato SlamBall, partecipare alla gara delle schiacciate e vincere una delle due. Mi sto allenando ogni giorno per essere pronto a questo tour e quando sarò in Cina non perderò tempo a fare il turista ma starò in palestra con Fletcher a migliorarmi. Gli americani hanno avuto fiducia in me e io non voglio deludelri”.

Una determinazione e una voglia di farsi valere in questo sport che Marco è pronto a portare in campo: “
ho sempre indossato il numero otto, ma per questa volta ho chiesto il numero uno. Il numero uno,infatti, è quello che meglio descrive questa avventura: sono il primo europeo a giocare da professionista in questo sport e voglio essere il primo a vincere un titolo. Inoltre, per me si tratta di un'occasione unica e punto davvero in alto: un giorno vorrei diventare il numero uno proprio come Fletcher, e allenarmi con lui è un primo passo per questo mio sogno”.

L'articolo originale è pubblicato su Vivere Pesaro dell'11/11/2014