giovedì 20 settembre 2012

Arinna Errigo: uno Tsun-Ari in pedana


Se si prova a chiederle amicizia su Facebook, il sistema dirà che ha già troppi amici e non può accettarne altri; se la si segue su Twitter, si sarà in compagnia di altre 2.666 persone; ha un suo sito web (www.ariannaerrigo.it/) e ultimamente la vogliono tutti sia in televisione che nei giornali. Dopo quell'argento conquistato ai danni di Valentina Vezzali e quel duello all'ultima stoccata perso nella finale contro Elisa Di Francisca, Arianna Errigo ha davvero conquistato tutti con quel modo di fare e di combattere tutto istinto e velocità. Non a caso, nell'ambiente della scherma è conosciuta con il soprannome di “Tsunami”: “in realtà ora è “TsunAri” - l'unione tra lo Tsunami e Arianna - e deriva dal fatto che il mio modo di fare scherma è molto aggressivo; sono una persona poco paziente e quindi difficilmente aspetto l'errore del mio avversario. Preferisco di gran lunga attaccare e per questo la mia scherma è un po' più movimentata rispetto allo standard”. Ma come è cambiata la vita di Arianna da quel 28 luglio 2012 quando alle Olimpiadi di Londra si è aggiudicata la medaglia di argento nel fioretto individuale? “Le vittorie ci sono state anche in passato, ma le Olimpiadi hanno avuto una risonanza maggiore. Come è cambiata la mia vita? Per esempio ora la gente mi riconosce quando mi incontra per strada: a me fa un po' strano, a dirla tutta, ma questa notorietà improvvisa non mi ha cambiato in niente, nel senso che la vivo in modo normale come è giusto che sia. In un certo senso però mi fa piacere perché serve a promuovere il mio sport e a farmi conoscere come persona. Ma finisce qui: non mi fa montare la testa”. Un po' come il suo modello Valentino Rossi: “è un personaggio mediatico ma non ostenta mai. Un fenomeno!”. Neanche la televisione è riuscita infatti a cambiarla: “Non è la mia priorità e sinceramente non mi ci trovo nemmeno tanto a mio agio perché non sono abituata. La nuova attenzione che mi stanno riservando la stampa e la televisione Ia vivo bene: sono esperienze totalmente nuove per me e quindi anche divertenti perché molto differenti da quello che faccio. Le prime volte davanti alla telecamera, in verità, ero tutt'altro che tranquilla, soprattutto quando sapevo di essere in diretta: avevo paura di sbagliare oppure di “impappinarmi”. Quando mi dicevano la data dell'intervista televisiva già iniziavo ad avere paura come quando devo andare dal dentista”. 

L'ultima immagine che ho della vice campionessa olimpica è quella di un'atleta amareggiata per aver mancato di un soffio l'oro olimpico, ma allo stesso tempo di grande determinazione nel volersi rifare subito: “sicuramente l'argento ancora pesa e peserà ancora per tanti anni. Non ho rivisto il video dell'incontro, ma l'ultima stoccata ce l'ho ben impressa nella mia mente anche perché la mia era una scelta giusta; la mia avversaria doveva solo aspettare che io sbagliassi e quindi è stato un doppio peccato non portare a casa la vittoria. Certo è una medaglia d'argento olimpica e va rispettata perché ha un grandissimo valore, ma ho perso l'oro e questo dispiace per forza. Il nostro è uno sport individuale e la priorità assoluta di ogni atleta è sicuramente la prova di singolare: è quindi normale che io ci tenessi a fare bene. Inoltre il mio sogno è stato sempre quello di vincere un oro e la consapevolezza di esserci andata così vicino e di averlo mancato per un soffio lascia un po' l'amaro in bocca. Si può e voglio assolutamente migliorare in futuro. Poi siamo state brave a vincere l' oro olimpico di squadra che è certamente un grandissimo risultato”. Il 2 agosto infatti Arianna si ritrova in pedana per la prova a squadre proprio a fianco di Elisa che pochi giorni prima aveva infranto il suo sogno. Una dura legge quella della scherma che pur essendo uno sport individuale, lascia spazio anche alla prova di gruppo: “nel nostro sport capita, come alle Olimpiadi, di dover sfidare in singolare quelle che saranno le tue compagne di squadra pochi giorni dopo; si passa così dallo “scannarsi” a farsi il tifo a vicenda. La scherma di squadra è comunque molto diversa da quella individuale. Infatti, il fatto di avere dei componenti forti a livello individuale non vuol dire automaticamente essere una squadra forte, tant'è che l'Italia, pur avendo sempre avuto individualisti forti non aveva mai vinto molto in gruppo. Si innescano infatti dei meccanismi diversi. Noi, avendo degli obiettivi comuni - quello di vincere e di sostenerci - siamo state brave a trovare il giusto affiatamento. Per non parlare del fatto che abbiamo tutte delle caratteristiche schermistiche diverse: siamo forti perché riusciamo a compensarci a vicenda”. E per rafforzare questo spirito di gruppo, le ragazze della scherma hanno inventato un piccolo stratagemma: “un balletto che abbiamo fatto ai mondiali ed è un modo divertente per fare squadra: nell'ambito individuale troviamo pochi momenti per stare insieme e divertirci e quindi piccoli gesti come questi ci aiutano ad essere più unite”. 

Ma tra la prova individuale e quella a squadre, Arianna non ha dubbi su quale sia la sua preferita: lei è un'individualista pura ed è proprio per questo che all'età di sei anni decise di scegliere la scherma sulla pallavolo, uno sport che ama e che appena può cerca comunque di praticare: “quando ho dovuto scegliere tra i due sport ho preferito la scherma sulla pallavolo proprio per il suo aspetto più individuale: mi è sempre piaciuto vedermela da sola senza farmi aiutare da nessuno e pensare che se andava bene o andava male dipendeva sempre e solo da me”. Un mondo, quello della scherma, fatto di tanto intuito e velocità che ben si coniuga con il carattere di Arianna: “sono una ragazza determinata e perfezionista soprattutto quando si tratta del mio sport. Nella scherma ci vuole tanto istinto: non si lotta contro il tempo ma contro un avversario che bisogna saper cogliere alla sprovvista anche anticipandone i movimenti e gli schemi. Per quel che mi riguarda i miei punti di forza sono proprio la varietà di colpi - con i quali riesco a spiazzare gli avversari – e il mio ritmo d'attacco molto elevato. Mi piace anche inventare delle cose diverse mentre combatto...diciamo che sono un po' un artista in pedana”. 

Certo che di tempo ne è passato quando all'età di sei anni la mamma l'ha portata per la prima volta in palestra: “in realtà a casa mia nessuno aveva fatto scherma prima. Mia sorella giocava già a pallavolo e io stavo seguendo le sue orme. Poi un giorno, guardando le Olimpiadi, mia madre si è innamorata della scherma e mi ha proposto di provarci. Io di carattere sono una che non si tira mai indietro e mostra sempre entusiasmo verso le novità e verso gli sport. Arrivai così al Club Scherma Monza senza sapere neppure cosa fosse la scherma e da lì iniziò la mia carriera. All'inizio mi sembrava tutto strano: non ero certo una ragazza fissata con le armi o con le spade e quindi potete immaginare come sia stata la mia reazione davanti a tutto quell'arsenale. Ma nel momento in cui ci hanno messo in pedana mi sono subito divertita: il dover colpire e non farsi colpire con quel fioretto di plastica era una cosa che mi piaceva davvero tanto e mi prendeva davvero molto. Per questo ho dei ricordi bellissimi di quei primi giorni in palestra e del mio primo maestro Giuseppe Davidde che mi ha dato le basi di questo sport. La prima cosa che ho imparato è stato come mettere bene i piedi nella posizione di guardia - che diciamo non è proprio una posizione naturale”. Dopo aver imparato la giusta postura e i giusti ritmi, Arianna ha finalmente preso parte alla prima gara della sua carriera: il “Trofeo Topolino” che alla sua XII edizione ha visto l'esordio della futura campionessa: “era un trofeo dove c'era un torneo di scherma assieme ad una miriade di altri giochi di abilità. Io ero disperata perché nelle prove con le palline e gli ostacoli non ero andata per niente bene e non le volevo assolutamente fare; quando mi hanno messo il fioretto in mano, però, mi sono subito ripesa e alla fine sono arrivata terza”. 

Un amore, quello verso il fioretto, che Arianna ci spiega così: “si inizia sempre con il fioretto perché è la base di tutto: dal fioretto puoi passare a fare sia la spada che la sciabola, ma non viceversa. Da piccola in realtà avevo fatto anche delle prove di spada vincendo persino i campionati mondiali. Ma quello che mi ha spinto di più verso quest'arma è stato il fatto di avere davanti grandissime campionesse come Vezzali e Trillini: nel fioretto ero spronata a fare meglio e per questo mi divertivo anche di più, anche se in realtà, la sciabola, per il suo ritmo elevato, si adatterebbe meglio al mio stile. Molti mi dicono di cambiare arma, ma ancora nel fioretto non ho raggiunto quello che voglio e continuerò quindi ad impegnarmi”. L'obiettivo della ventiquattrenne di Monza è senza alcun dubbio quello dell'oro olimpico ed è per questo che nei suoi pensieri c'è già Rio 2016: “la sconfitta di Londra 2012 é e deve essere un punto di partenza. Sono giovane e sono solo quattro anni che faccio parte degli Assoluti quindi ovviamente ho ampio margine di miglioramento. Poi, prima di Rio ho tante altre gare che mi aiuteranno a crescere: anche se sono già salita a podio sia ai Mondiali che agli Europei vorrei ripetermi e confermarmi. Il fattore età inoltre è tutto a mio favore: nel nostro sport si raggiunge la maturità fisica e mentale ai 28 anni in quanto si mette insieme un bagaglio tecnico e tattico maggiore, due fattori chiave nel nostro sport. Sono quindi contenta che a Rio arriverò più a meno a quell'età. Sicuramente punterò a dare il meglio di me, anche se ho ancora molto da migliorare! L' aspetto mentale è davvero un elemento fondamentale in questo sport e quello in cui io pecco maggiormente: per diventare forti bisogna prima prendere delle “batoste” e io sinceramente ho bruciato un po' le tappe pur di essere a Londra e vincere qualcosa. Non volevo infatti aspettare e non mi interessava che molti dicessero che io ero ancora giovane. Il mio difetto maggiore è quello di non voler cambiare il mio modo di combattere quando l'assalto non va come avevo previsto. Come dice bene il mio tecnico, io non voglio semplicemente vincere; voglio vincere a modo mio”. 

Una testardaggine che però le ha già fatto vincere nel 2009, al primo anno tra gli Assoluti la Coppa del Mondo: “è proprio a questo evento che è legato il mio ricordo più bello: partivo dalla 117 posizione – ero l'ultima degli ultimi in poche parole - e sono riuscita ad impormi a soli 21 anni. In quell'occasione ho vinto proprio la classifica totale facendo un balzo fino alla prima posizione”. Non male per una che dice di non andare troppo d'accordo con gli allenamenti o con le diete ferree tipiche degli atleti. Arianna in fondo è uno tsunami non solo in pedana ma anche nella vita, con le sue molte passioni (surfare, ballare, pattinare, dipingere e mangiare), la sua determinazione e il suo entusiasmo verso il suo sport e la vita. Tenetevi pronti: nel futuro della scherma lo “TsunAri” continuerà a colpire forte a suon di stoccate e con la determinazione di una grande campionessa. 

L'articolo originale è pubblicato sul numero di settembre 2012 di Pallavoliamo.it

Inspire a Generation: volontaria alle Olimpiadi di Londra 2012




Quando nella cerimonia di chiusura, Jacques Rogge ha ringraziato i volontari che hanno preso parte ai Giochi Olimpici di Londra 2012, ho provato un grande orgoglio. Sì, perché tra quei 70.000 volontari provenienti da tutte le parti del mondo c'ero anche io. Quella per le Olimpiadi è una vera e propria passione, tanto che nel 2004 avevo già lavorato ad Atene. Sin da da bambina sognavo di prendere parte a questo evento, ma non pensavo che si potesse davvero lavorare per i Giochi Olimpici da esterni. Un giorno, mi è capitato sotto mano un articolo dove si parlava di come diventare volontari alle Olimpiadi di Atene 2004; inviai la domanda quasi per gioco: la vedevo come una cosa talmente grande ed importante che credevo non ci potesse essere neppure la più minima possibilità che mi chiamassero. Invece.... Quella esperienza fu talmente bella che non appena ho saputo che le Olimpiadi si sarebbero svolte a Londra mi sono messa subito in moto per inviare la mia candidatura. In realtà mi sarebbe piaciuto andare anche a Pechino, ma era davvero troppo distante e non avrei potuto prendere parte ai meeting di preparazione. Eh sì: l'iter di selezione è lungo e prevede anche una serie di incontri obbligatori dove ad ogni volontario vengono attributi il proprio compito e la propria area.

Avendo già avuto esperienza nella pallavolo –nel passato ho infatti dato una mano all'ufficio stampa della Robur Volley Pesaro – mi hanno assegnato proprio un incarico nel mio sport preferito. Ero nella così detta “zona mista”, ovvero nel serpentone dove i giocatori e le giocatrici passano dopo la partita per incontrare la stampa internazionale. Il mio ruolo prevedeva che fermassi gli atleti quando un giornalista doveva effettuare un'intervista e che aiutassi con le traduzioni. Oltre ai volontari c'erano comunque dei veri e propri traduttori perché a volte c'erano situazioni in cui si dovevano fare più traduzioni in contemporanea. Il mio debutto di fuoco, proprio il primo giorno, l'ho avuto con Simona Gioli. Essendo una persona molto timida di natura, l'idea di dover tradurre le parole di una grande giocatrice come Simona mi metteva un po' di soggezione, soprattutto perché non la conoscevo molto bene. Tutto è poi è andato per il meglio e Simona alla fine mi ha persino ringraziata.

Di momenti da ricordare ce ne sarebbero tanti. Il più simpatico è legato a Zé Roberto che durante un'intervista in portoghese – che poi lui mi ha personalmente tradotto - ha raccontato che a Barcellona, quando la nazionale maschile brasiliana vinse l'oro, aveva incontrato un ragazzo con la gobba e la stessa cosa gli è successa a Londra, con il medesimo risultato; “mi ha portato fortuna”, mi ha detto sorridendo. Le parole che invece ho apprezzato di più sono state quelle di coach Berruto, che dopo la sconfitta contro il Brasile ha detto queste parole alla stampa italiana: “non è importante quante volte si cade; l'importante è rialzarsi”. Due giorni dopo l'Italia avrebbe conquistato la medaglia di bronzo battendo la Bulgaria. L'idea di non arrendersi mai e di lottare mi è sembrata un pensiero molto bello.

Ma il momento che mi porterò per sempre nel cuore è stato l'abbraccio con Carolina Costagrande. Lei era l'unica giocatrice della nostra nazionale che conoscevo di persona dai tempi di Pesaro e con la quale ho un bel rapporto di amicizia. Sapeva che sarei stata a Londra e quindi mi è venuta subito a salutare i primi giorni. Vedere una persona che conosci in campo per le Olimpiadi è un'emozione davvero grande: per me non era una semplice giocatrice, ma una persona speciale e quindi, anche se non potevo, sotto sotto facevo il tifo per lei. Dopo la sconfitta con la Corea è bastato uno sguardo per capire i sentimenti che ciascuna di noi stava provando e senza dirci niente ci siamo abbracciate. Anche il mio responsabile si è reso conto di quanto sia straordinaria Carolina. Basta pensare che dopo una partita, mentre stava parlando con i suoi genitori, un gruppo di tifosi l'ha avvicinata e lei ha firmato autografi e fatto foto con tutti prima di essere richiamata fuori dal campo per esigenze organizzative. Durante le Olimpiadi è difficile vedere atleti che si trattengono con i tifosi e quindi il modo di fare di Carolina aveva colpito particolarmente il mio responsabile.

Inoltre, non è per niente facile avvicinare gli atleti in generale durante manifestazioni come queste: nel momento in cui si inizia a lavorare tutto il materiale interno organizzazione non può essere divulgato, foto incluse. La prima cosa che ci è stata infatti detta e più volte ripetuta è che bisognava rispettare l'attività degli atleti: loro sono lì per l'evento più importante della loro carriera e non devono essere disturbati. Naturalmente, tutti cercavamo una possibilità per raggiungere i propri beniamini e sinceramente da parte loro c'era tantissima disponibilità. Mente stavo traducendo in inglese per un giocatore, per esempio, un ragazzo dello staff inglese ha cercato di fare la foto con Aquiline e lei si è prestata volentieri agli scatti anche con altri ragazzi. Come volevano le regole non ho fatto le foto negli interni, ma grazie anche alla simpatia e complicità di alcuni giocatori italiani sono riuscita anche io ad avere qualche foto ricordo. L'unico rammarico è che l'Italia femminile non si sia aggiudicata una medaglia. Ma se dai una parte c'era il grande dispiacere per la sconfitta, dall'altro, quello che mi è rimasto è stata la grande professionalità delle nostre ragazze: sapevano di aver perso una partita molto importante, ma hanno risposto a tutte le domande della stampa. Non è facile lasciare delle dichiarazioni dopo un momento così difficile. Ho apprezzato questo dolore composto...ma in verità ero sul punto di piangere tanto ero coinvolta in quella partita.

Mi considero molto fortunata per aver fatto questa esperienza: chiunque ama lo sport desidera partecipare alle Olimpiadi in qualsiasi veste. Non ci sono dubbi, è una bellissima esperienza, non solo dal punto di vista sportivo ma anche umano. In maniera maggiore di quello che avevo visto ad Atene, l'organizzazione di Londra 2012 ha voluto puntare sul concetto del rispetto a 360 gradi: rispetto verso l'ambiente – la raccolta differenziata era davvero ovunque – rispetto per l'altro, per le diverse religioni, per le culture e soprattutto per i diversamente abili. Mi ha colpito moltissimo la scelta del comitato olimpico di coinvolgere persone diversamente abili nello staff. In uno degli incontri c'era persino un traduttore per i sordomuti: non mi era mai capitato di vederne uno in un ambiente internazionale. Il motto delle Olimpiadi di Londra era “Inspire a Generation” e devo ammettere che sotto questo punto di vista per me lo sono state davvero: non avevo mai avuto a che fare con persone diversamente abili e non sapevo davvero come relazionarmi a loro nella giusta maniera. Quello che mi ha insegnato questa olimpiade è che non c'è un modo “speciale” per entrare in contatto con queste persone, ma trattarle nella maniera più diretta, senza “bypassarle” rivolgendosi per esempio agli accompagnatori. A tale proposito penso che il regalo di fine lavoro che ci è stato consegnato abbia un valore immenso. Ad ogni volontario è stato infatti dato il “testimone” della staffetta, un simbolo che secondo me ha una doppia interpretazione: se da un lato vuole indicare l'importanza del lavoro di gruppo e della fiducia negli altri proprio come nella staffetta, per me era anche un invito a trasmettere alle generazioni future i valori dello sport e del rispetto. E io voglio raccogliere l'invito! Questo messaggio è la mia maniera per trasmettere questi valori e, attraverso questi, ispirare più persone possibili. Che dire quindi infine?

Let yourself be inspired by the Olympic values!

Elisa D'Angeli

L'articolo originale è pubblicato sul numero di settembre 2012 su Pallavoliamo.it

martedì 18 settembre 2012

Mi fido di te: Noemi Signorile e Macchia


LA MIA PICCOLA STAR

Immaginate la scena: aeroporto di Malpensa. Dopo circa un mese che non la vedevo - non era mai successo di stare lontani per così tanto tempo - finalmente Noemi ritornava dal Giappone dove aveva giocato la World Cup. Mi sfilo il collare; faccio lo slalom tra le gambe dei passeggeri in arrivo; le corro incontro e le salto in braccio appoggiando persino le zampe sulle sue spalle come a volerla abbracciare. Una scena da film, non trovate? Eh sì, a me piace un po' fare la star. Da quando il video della video-chiamata Skype tra me e la mia padroncina sta spopolando su Youtube (http://youtu.be/oFDKjX4uY) e da quando mi hanno dedicato persino un articolo dal titolo “Il cagnolone di Noemi” mi sento davvero una STAR. Lo ammetto: mi piace stare al centro dell'attenzione. Non vi dico il caos che ho suscitato quel giorno all'aeroporto, ma anche tanti sorrisi da parte delle persone che assistevano alla scena compresi due poliziotti che inizialmente si sono preoccupati ma che poi, visto che non volevo aggredire nessuno ma solo correre a salutare la mia padroncina, sono scoppiati a ridere. È stata una scena bellissima e buffissima. Ma non ti preoccupare Noemi! Non ho intenzione di prendere il tuo posto: sei tu la star e io sono felice di fare parte della tua vita!

Ops, che sbadato, non mi sono neppure presentato: sono Macchia - a.k.a. Macchietta - e sono il pastore australiano di Noemi Signorile, la nuova alzatrice della Robursport Volley Pesaro. È da circa un anno che posso vantarmi di essere il suo fedele amico a quattro zampe: tanto fedele che l'accompagno sempre in aeroporto quando parte per i collegiali e non mi perdo neanche una partita in casa! Almeno questo accadeva quando Noemi giocava a Bergamo e i suoi genitori mi portavano a tutti i match. Qui a Pesaro ci dovremo organizzare. Io intanto ho deciso che dormirò in camera con lei. Eh sì, non conosco ancora bene la casa e quindi preferisco starle vicino vicino. Ci ho già portato io personalmente il mio cuscinone e l'ho piazzato proprio ai piedi del letto. Sin dalla prima volta in cui ci ho dormito, sono io che decido dove sistemarlo e ci sto talmente bene che non sogno nemmeno di salire sul lettone della mia padroncina, anche se tutte le mattine vado a svegliarla. No, non vi preoccupate! Non sono uno di quei cani che nel mezzo della notte corre a chiamare per fare una passeggiata! Io rispetto i tempi di Noemi e diciamo che ci intendiamo alla perfezione.

Pensate che lei ci parla con me e io a modo mio, cerco di risponderle. Come faccio? Per esempio durante le video-chiamate emetto dei strani versi e cerco di attaccare il muso allo schermo sperando di poterle dare una bella leccata! Lo so, lo so: posso sembrare un po' buffo, ma come ho detto prima, mi piace essere al centro dell'attenzione e fare un po' il pagliaccio, soprattutto quando si tratta di ricevere qualche biscottino da mangiare. Per esempio, il gioco preferito tra me e Noemi è quello del lancio della palla o del frisbee: io glieli riporto sempre e glieli lascio proprio sopra i piedi e naturalmente mi aspetto qualcosa in cambio. E se proprio non riesco a convincerla.... mi metto a fare le capriole! Sono un campione in questa specialità e anche se sembro un clown, per sgranocchiare qualcosa ne vale sempre la pena. Di solito, mangio crocchette di agnello e riso - sempre della stessa marca: l' unico vizio o peccato di gola che mi concedo è la mela di cui vado pazzo e che mangio insieme a Noemi a fine pasto. Però quando andiamo a trovare la zia Lisa, lei mi dà i miei amati due pomodorini: con uno, prima di mangiarlo ci gioco un po' e poi vado alla ricerca dell'altro che la zia nasconde e che io immancabilmente trovo. È un gioco che adoro! Sono davvero intelligente ...e un po' furbacchione come direbbe Noemi: per avere i miei due pomodorini mi siedo vicino alla zia e la fisso con i miei due occhioni così lei non può resistermi.

Quando poi ne combino una delle mie, so come farmi perdonare: per esempio, quando ero ancora un cucciolo avevo un grande debole per le foto. La casa di Noemi ne era a dir poco piena, ma ad essere sincero, a me non piacevano un granché. Per questo ho deciso di farle fuori tutte: tiravo giù le cornici - quelle colorate dell'IKEA che alla mia padroncina piacciono tanto - le rosicchiavo per bene e riducevo le foto in coriandoli. Quando Noemi tornava a casa e vedeva il mio capolavoro, rimanevo sul cuscino con le orecchie basse senza muovermi sapendo di averla combinata grossa; aspettavo il suo gesto con la mano che mi indicava il terrazzo e mogio mogio uscivo; appena fuori mi mettevo però davanti al vetro come a chiederle scusa e....lei non aveva scampo! È impossibile resistermi!

Sembra un'eternità da quando ero ancora un cucciolo e Noemi mi ha scelto come nuovo amico di Zampa. Lei era cresciuta con Zoe, un Bobtail femmina che dall'età di quattro anni fino al liceo è stata la sua compagna di giochi: pensate che giocavano persino a pallavolo e lei le aveva insegnato a palleggiare con il naso. Prima di rivolgersi ad un allevamento, la mia padroncina aveva telefonato al canile per sapere se avevano dei cuccioli ma in quel momento avevano disponibili solo cani adulti. Così è andata a vedere in un allevamento ed è stato amore a prima vista. Il mio primo padrone ha fatto uscire in un recinto la mia cucciolata - 2 femmine e 3 maschi: eravamo tutti bellissimi, ma io ero diverso; più alto e più magro dei mie fratelli avevo un portamento davvero fiero e mi sentivo sicuro; non avevo paura ad avvicinarmi e questo deve averla colpita davvero; quando poi l'ho guardata con i miei occhioni dolcissimi.... Noemi si è letteralmente sciolta. Appena mi ha preso mi ha subito dato il nome di Macchia: infatti, i pastori australiani hanno una mascherina nera sugli occhi; io invece ce l'ho solo da una parte, proprio come se fosse una macchia. Il primo giorno insieme lo abbiamo trascorso a conoscerci e io ad ambientarmi nella mia nuova casa. Una giornata tranquilla a dire il vero, ma la prima volta che mi ha lasciato da solo in casa mi sono mangiato il quaderno con le schede pesi! Quando Noemi è andata in palestra a chiedere di riaverle giustificandosi che gliele aveva” mangiate il cane” si sono messi tutti a ridere. A mia discolpa posso dire che non sapevo cosa fossero.

In fondo, io di pallavolo ne “masticavo” ancora poca allora, anche perché al Palanorda non mi facevano seguire gli allenamenti! Quando vado alle partite invece seguo attentamente ogni scambio di palla e una volta, durante una partita di Champions, le telecamere mi hanno ripreso mentre ero attentissimo a guardare la mia palleggiatrice preferita all'opera. Ma non sono bravo quanto Zoe con la palla: il mio gioco preferito è scavare buche sotto il dondolo ad una velocità supersonica e far suonare all'impazzata una pallina di gomma con le mani ed il cappello che emette uno stridio acuto quando la mordo. A Noemi fa impazzire, ma da quando non ho più la mia pecorella di peluche ho dovuto trovare qualcos'altro per passare il tempo. Ero davvero legato a quella pecorella! La mia padroncina me la comprò in un negozio di animali a Torino: era sullo scaffale dei giochi e io l'ho presa in bocca e non l' ho più mollata. Figuratevi che alla cassa la signorina ha dovuto passare il bar-code dal cartellino che penzolava dalla mia bocca. La tenevo sempre sul mio cuscino e quando arrivavo a casa andavo subito a prenderla e la portavo sempre con me ovunque. La mia pecorella!!!

Che dire infine? Lo so che un il cane è un impegno e qualche volta non è piacevole portarmi fuori, darmi da mangiare, spazzolarmi, curarmi....ma è nulla in confronto alle feste che le faccio quando arriva o al mio sguardo pieno d' amore quando mi accoccolo ai suoi piedi cercando il contatto e ripagandola così di ogni sacrificio fatto. Grazie Noemi per la compagnia che ci facciamo e per l'amore incondizionato che sai regalarmi,

la tua piccola star, Macchietta.


L'articolo originale è pubblicato sul numero di settembre 2012 di Pallavoliamo.it

I mestieri del volley: Davide Mazzanti


L'intervista con Davide Mazzanti inizia in maniera un po' insolita; almeno per me che normalmente non faccio le fotografie per i miei articoli. Questa volta, invece, armata di macchina fotografica, ho il compito di immortalare Davide nella sua quotidianità, quando una volta lasciati i campi da gioco si rifugia nella sua casa a Marotta circondato dai suoi cari. Sarà per questo che dopo essere passati nella palestra in cui si allenava da giocatore e in spiaggia per un saluto agli amici, mi ritrovo faccia a faccia con la mamma che ci prepara il caffè! Ed è proprio grazie a lei che coach Mazzanti si è avvicinato alla pallavolo: “Ho iniziato a giocare e mi è subito piaciuto. Merito però di mia madre. Infatti, ero uno di quei ragazzi che provavano tutti gli sport ma che alla fine li lasciava tutti. E rischiavo di fare lo stesso con la pallavolo. All'epoca avevo fatto un provino a Fano e il mio allenatore mi aveva detto: “adesso vediamo quanto sei scarso!” Io che ero un po' permaloso mi sono detto “ma chi è questo qua?” e quindi volevo abbandonare già prima di iniziare. È stata mia madre a dirmi di continuare e a convincermi nel farlo. E così ho iniziato e la pallavolo è entrata nella mia vita”

Ma il vero passaggio dalla pallavolo giocata a quella allenata, Davide l'ha fatto non sui campi da volley ma bensì sui banchi di scuola: “tutto nasce per la mia passione verso l'insegnamento. Insegnare è infatti l'aspetto che mi piace di più del mestiere dell'allenatore. All'inizio volevo semplicemente insegnare: non importava cosa....semplicemente volevo insegnare qualcosa. Prima di iscrivermi all'ISEF di Urbino, e quindi indirizzarmi verso lo sport, mi ero infatti iscritto ad ingegneria...chissà, forse all'inizio volevo insegnare elettronica. Anzi, la mia passione per l'insegnamento è iniziato alle superiori proprio con il professore di elettronica, Severini che è stato quello che mi ha trasmesso la passione per l'insegnamento: lui era uno di quegli insegnati che sapeva trasmettere agli alunni la passione verso la materia e io credo che quando riesci a trasmettere la passione per quello che insegni, vuol dire che stai facendo un ottimo lavoro. Quello dell'allenatore è il mestiere più bello per me perché semplicemente è la mia passione; e fare della propria passione il proprio lavoro è davvero un privilegio. La parte più gratificante è proprio quando vedi che sei riuscito a trasmettere qualcosa di tuo alla squadra, in senso tecnico e tattico. Per questo mi piace allenare sia le squadre di giovani di 11 anni che un gruppo di serie A, in quanto vedere i tuoi insegnamenti messi in pratica dà la stessa soddisfazione in entrambi i casi”. Non a caso il ricordo più bello della sua carriera non è tanto legato alla serie A1 come si potrebbe pensare, ma a un gruppo di undicenni di una scuola vicino a Bergamo che per un giorno ha avuto Davide come allenatore: “l'allenamento più bello che ricordo è stato quello ho fatto con un gruppo di bambini di una scuola. Era il mio primo anno a Bergamo da secondo allenatore e mi avevano mandato a fare lezione in questo istituto. Penso che quello che ho fatto quel giorno è stato davvero bello e positivo: sentire di essere riuscito a trasmettere la voglia di giocare a coloro che erano con me quel giorno è stato strepitoso. Mi ricordo quell'allenamento proprio come il giorno dello scudetto”. 

Una risposta che mi coglie davvero di sorpresa ma che rende davvero bene l'idea che coach Mazzanti ha della pallavolo: “la cosa che provo a fare io in palestra è mettere sempre tanto entusiasmo nelle cose che faccio e questo, secondo me, è il modo migliore per non sentire lo stress del dovere vincere e per rimanere concentrati partita dopo partita. Il secondo anno a Bergamo è stato negativo perché avevo in parte perso quell'entusiasmo e non riuscivo quindi neanche a tirare fuori il meglio dalle persone che mi circondavano. Analizzando quella stagione, dopo la vittoria dello scudetto, personalmente avevo una paura folle di cambiare e di montarmi la testa, perché troppo spesso vedevo che chi vince poi cambia atteggiamento. E io non volevo. Quindi per evitare ciò, mi ero “auto-demolito” nel senso che mi ero iper-responsabilizzato su mille cose. Avevo fatto degli errori esattamente come avevo fatto l'anno prima, ma con questa paura mi ero fatto carico di tali errori e quindi continuavo a sbagliare invece che migliorare. Per evitare una cosa, in poche parole, ne avevo creata un'altra peggiore che aveva finito anche per limitare le giocatrici e l'intero staff”. Parole dure, critiche, e un po' in antitesi con lo spirito giocherellone e spiritoso che coach Mazzanti ha mostrato durante il nostro mini servizio fotografico. Ma questi suoi due lati, in apparenza in antitesi, ben si amalgamano nel suo essere allenatore: “durante tutta la mia carriera ho avuto modo di incontrare allenatori davvero bravi - e qui nelle Marche ce ne sono davvero tanti a partire dai miei allenatori qui a Marotta come Roberto Casagrande o Ivan Vitali. Sono state persone che ne sapevano di pallavolo e mi hanno trasmesso tanto. Quando ho iniziato a guardare i professionisti, mi ha colpito soprattutto Lorenzetti, ma anche la passione che sa trasmette Vercesi, la tecnica di Bonitta, il lavoro di Micelli e, anche se non l'ho mai conosciuto di persona, la capacità di Velasco di dire sempre cose interessanti e appropriate. Penso di aver preso un po' do tutti questi grandi allenatori, ma allo stesso tempo credo che la cosa fondamentale è che ognuno abbia il proprio stile. Mi ricordo che il primo allenamento a Ravenna sono uscito dal primo allenamento scioccato perché mi sembrava di non saper fare questo mestiere. Ma mi sono reso conto che il problema maggiore era che stavo cercando di farlo come quelle persone che mi avevano insegnato il mestiere e in quel frangente ho capito che non potevo essere coerenti se mi mettevo i vestiti di un altro. Quindi da lì ho iniziato a seguire il mio stile. All'inizio avevo anche un po' paura perché il mio modo di gestire la squadra era assai diverso da quello di molti altri allenatori che avevo visto vincere in serie A e che erano tutti allenatori “bastonatori”. Ma io non ero e non sono così e il fatto di aver vinto lo scudetto dimostra come sia più importante mantenere il proprio stile ed essere coerenti”. 

Ma come vive la pallavolo coach Mazzanti? “Durante gli allenamenti cerco di fermare il gioco meno possibile e cerco sempre di identificare delle parole chiave che possano aiutare alle mie giocatrici a ricordare un particolare gesto tecnico o un elemento tattico. In questo sono bravo perché sin da quando ero piccolo avevo sempre avuto una grande capacità di sintesi. Il mio obiettivo quando alleno è anche andare contro la squadra per spronarla e prepararla alle situazioni più complesse, ma in partita, e in particolare nei time-out, sono sempre propositivo: quello che metti in partita è il frutto del tuo lavoro e se quindi una match non gira a tuo favore forse c'è un errore a monte e quindi arrabbiarsi e mettersi contro le proprie giocatrici non serve; certo che se c'è da dare una scossa alla squadra allora alzare la voce può starci. La parte più difficile dell'allenare è infatti la gestione del gruppo, perché alla fine l'allenare in senso stretto è la cosa più facile. Invece, non si finisce mai di imparare su come gestire lo spogliatoio. Penso infatti che in un anno si impari molto di più sulla gestione del gruppo che sulla pallavolo tecnica: forse dopo una stagione farai delle correzioni, delle modifiche, ma sulla gestione dei rapporti umani isi mpara sempre qualcosa di veramente nuovo. Per esempio, negli ultimi due anni a Bergamo da questo punto di vista ho imparato davvero tanto, sia vincendo che perdendo; anzi, forse ho imparato di più perdendo”. Ed è proprio con questo spirito e questa nuova consapevolezza che Davide si affaccia a questa nuova esperienza a Piacenza: “mi sento proprio come il mio primo anno a Bergamo, nel senso che ho resettato quello che è successo la scorsa stagione e ho ritrovato il mio modo di interpretare la palestra: l'anno scorso il mio modo di pensare mi aveva un po' spento e sento che questo era il motivo per cui non riuscivo a far fare le cose che volevo alla mia squadra. Ora che ho identificato il problema e non sto più ad “auto-flagellarmi” sono ripartito per la mia giusta strada e lavoro come so fare. Certo, siamo solo all'inizio e fino a che non inizia il duro del campionato tutto è sempre bello; ma questa volta parto con la giusta carica e sono entusiasta della mia squadra”. 

Anche se per alcuni aspetti essere allenatori dipende da capacità innate, alcune si apprendono invece strada facendo, e con la sua carriera fulminante il nuovo allenatore della Rebecchi Nordmeccanica Piacenza ha potuto imparare davvero tanto e in fretta: “a me è capitato tutto alla velocità della luce: prima, 4 anni da solo in terza divisione; poi sono passato a fare il secondo in serie A; dopo tre anni il secondo in serie A1; poi il primo in B1 per poi approdare come secondo in una grande squadra dai grandi obiettivi come Bergamo; dopo tre anni mi sono trovato ad allenare il Club Italia e poi finalmente ad essere il primo allenatore in una squadra di A1. In 12 anni le cose sono successe molto velocemente, per non parlare dei sei anni in nazionale come assistente: un vero e proprio master in pallavolo nel quale puoi imparare davvero tanto. Da questo punto di vista sono stato un privilegiato perché vedere all'opera gli allenatori più forti - non solo quelli che lavorano con te ma anche quelli delle altre nazionali - e quindi vedere con i propri occhi altri modi di fare ed interpretare la pallavolo è un'esperienza unica. Nei tre mesi estivi passati in nazionale ho raccolto un bagaglio immenso. Le Olimpiadi sono poi un capitolo a parte: sono una manifestazione unica nel suo genere perché amplificano tutto il tuo lavoro e paghi quello che hai fatto e non hai fatto”. Ma tutte le vittorie, i grandi successi e la carriera fulminea per Davide hanno un senso e diventano importanti solo se legate agli affetti e alla sua famiglia: “l'emozione dello scudetto è stata sicuramente una cosa indimenticabile. Ma quello che mi ha reso più felice quel giorno è stato quello che ho letto sul volto di chi mi vuole bene. Non avevo mai vinto e quindi cominciare così la propria carriera di allenatore in serie A è stato strepitoso, ma la consapevolezza che quella vittoria ha reso felice le persone che mi stanno vicino è la cosa più importante per me. In questo modo l'evento sportivo passa quasi in secondo piano perché più che la vittoria ti godi la gioia che hai trasmesso agli altri”.

Per questo nel nostro tour fotografico non potevano mancare le foto con i membri della sua famiglia. Non importa quale saranno le mete o le vittorie; la famiglia sarà sempre un punto fermo: “quando sono partito per fare l'allenatore sentivo sempre la mancanza di casa e nell'anno di Santeramo ho portato tutto quello che avevo tra filmati e foto della mia famiglia per realizzarci un film su tutta la nostra vita. Nell'anno dello scudetto a Bergamo me lo guardavo prima di ogni partita e ha portato bene perché mi dava sicurezza. L'anno scorso invece non ho mai rispettato questo rito e, visti i risultati, penso proprio che da quest'anno tornerò a guardare quel filmato!” 

L'articolo originale è pubblicato sul sito di settembre 2012 di Pallavoliamo.it

Monika Kučerová


IL CORAGGIO DI SOGNARE



Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni” . Così, con le parole del suo scrittore preferito, Paulo Coelho, si potrebbe descrivere la carriera di Monika Kučerová, classe 1983 schiacciatrice della Sanitars Metalleghe Mazzano. Ed è stato proprio per seguire i suoi sogni, quello di giocare in una lega importante, che Moki è arrivata in Italia alla Minetti Vicenza nel 2008. “quella di Vicenza è stata una breve parentesi e forse in quell'occasione non sono stata capace di esprimermi al meglio. Nella serie A2, posso invece dimostrare il mio valore e poi sono molto felice di avere la possibilità di continuare a giocare nel “Belpaese”: l’Italia mi piace e mi ci trovo davvero molto bene. Inoltre, quello italiano è uno dei campionati più belli: confrontarmi ad un livello così alto di pallavolo mi piace e mi stimola, senza contare il fatto che la pallavolo italiana ha una grande storia e soprattutto un grande pubblico. Quando ero piccola, il mio sogno era proprio quello di poter giocare qui. Inoltre, il fatto che tutte le squadre del campionato di A2 siano più o meno equilibrate rende ogni partita imprevedibile e più divertente per noi e anche per i nostri tifosi. Invece in Repubblica Ceca, nella serie A gioca solo una squadra con giocatrici professioniste e con straniere...quindi il livello è molto più basso”. Dalla città di Liberec, Moki inizia la sua carriera in giro per l'Europa grazie soprattutto alla sua pallavolo potente e alla sua forza in ricezione: dopo aver debuttato in Cev Cup con il suo club di origine, lo SK UP Olomouc, passa tre stagioni con il Post Schwechat, vicino Vienna, disputando due volte la Champions League e una Coppa Cev. I tifosi pesaresi la ricorderanno proprio nella sfida casalinga ai tempi di Zé Roberto, quando la schiacciatrice ceca siglò ben 14 punti in soli tre set dando del filo da torcere alla difesa bianco-rossa. Di ricordi belli ce ne sarebbero tantissimi da raccontare, ma ce n'è uno che sta particolarmente a cuore a Monika: “ovviamente ho tantissimi bei ricordi di tutta la mia carriera, ma ad uno in particolare sono molto legata: la vittoria degli Europei con la nazionale giovanile, quando battemmo in finale l'Italia per 3 a 2; un' emozione ed una soddisfazione che non dimenticherò mai, anche se è già passato tanto tempo: se penso che è stato dodici anni fa...!” L'incontro con la pallavolo di Monika è avvenuto in maniera un po' “buffa”: “prima di questo sport, che ovviamente ora amo, ho giocato a tennis per ben sei anni. Per un anno ho persino praticato sci di fondo: tutti sport molto individuali che a me però piacevano molto. Per questo, la pallavolo era forse l'unico sport che non avrei mai provato: “tanto non mi piace!” continuavo a ripetere! Ma quando a scuola organizzarono un ritiro per le ragazze che giocavano a pallavolo e tutte le mie amiche sarebbero andate, allora mi sono detta: “vado anche io, non voglio rimanere a scuola da sola”. Il motivo principale del mio interesse verso la pallavolo era quella di non rimanere fuori dal gruppo ma, una volta tornata, pensavo di continuare col tennis. E invece...da quel ritiro non ho più smesso, ed eccomi qui, dopo più di 10 anni a schiacciare ancora con la stessa passione di quando ero piccola”. E sì! Ne è passato di tempo da quel ritiro a cui partecipò quasi per caso! Nella sua carriera Monika ammette di non aver avuto dei brutti momenti, anche se ha dovuto superare qualche momento difficile quando, per colpa di un infortunio alla caviglia e qualche problema con l'operazione, è dovuta stare lontano dai campi per qualche tempo: “mi sono dovuta operare alla caviglia e per delle complicazioni ho avuto dei problemi anche al polpaccio. Il dolore era insopportabile e sono rimasta ferma per molto tempo: alla fine la mia gamba era quasi senza muscolo”. Ma come ammette lei stessa, Monika è una ragazza davvero testarda e dopo quel brutto momento, non si è più fermata: “non so se sia un pregio o un difetto, ma quando mi metto in testa qualcosa è difficile dissuadermi”.
E quello che la giocatrice ceca voleva fare era appunto tornare in Italia e lasciare il segno nel nostro campionato. Così
, nel 2010 l'atleta originaria della Cecoslovacchia torna nel nostro paese indossando prima la maglia del Pontecagnano e poi, la scorsa stagione, quella della Pomì Casalmaggiore. Ed è stata proprio nello scorso campionato che Monika ha dato saggio delle sue doti di schiacciatrice e di realizzatrice trascinando la sua squadra fino alla finale per la promozione in A1: “affrontare una finale di quel livello è sempre un'emozione molto forte, ma la mia esperienza ormai nella pallavolo mi ha permesso di mantenere sempre la giusta concentrazione per provare a giocare al meglio quelle partite.Non è sempre facile, ma penso che l'anno scorso abbiamo giocato molto bene soprattutto a livello di gruppo. In quella finale contro Crema abbiamo dato davvero tutto, ma purtroppo non è bastato”. Ma i suoi 412 punti resteranno sicuramente impressi nella mente delle sue avversarie: non sarà mica un caso che alcune delle sue compagne le hanno affibbiato il soprannome di “furia ceca”? “Tendenzialmente sono una ragazza sorridente e gentile, ma negli anni ho imparato che in campo ci vuole un pizzico di cattiveria e aggressività”. Ed è per questo che quest'anno la società lombarda punta molto sul suo numero 14; anche perché Monika sarà un po' la veterana della squadra, un ruolo che a lei non dispiace e anzi sembra darle delle motivazioni in più: “eh già! Quest'anno mi trovo ad essere una delle più grandi. Il gruppo è giovane ed il mio ruolo quindi sarà quello di mettere a disposizione della squadra tutta la mia esperienza, sia in palestra che in campo durante le partite. Ormai ci stiamo allenando da quasi un mese e credo che questa stagione potremmo fare bene: il nostro è un buon mix di atlete giovani e "meno” - ironizza Moki - “e sono sicura che funzionerà bene. Il mio obiettivo, come sempre, é quello di giocare e vincere i play-off. Ma è ancora troppo presto per farsi un'idea come sarà il campionato. É importante giocare come una squadra, combattiva e grintosa: solo così possiamo dare tante soddisfazioni e tante belle emozioni al nostro pubblico”.Ma prima dell'inizio del campionato, ci sono delle candeline da spegnere il 17 di settembre! E, anche se in realtà, lei il suo compleanno lo ha festeggiato un po' in anticipo insieme ai suoi cari, e nonostante non sappiamo con certezza quale desiderio abbia espresso Monika, possiamo però intuirlo dalla sue parole: “quello che mi manca di più del mio paese, insieme alla mia famiglia e al cibo che mi piace tanto, è il mio fidanzato, Richard, un giocatore di pallacanestro. Siamo fidanzati da più di tre anni ormai e nei miei progetti c'e quello di tornare a vivere in Repubblica Ceca con lui ed avere una famiglia. Non escludo pero di tornare in campo dopo il mio primo bimbo..”. E se è vero che “a questo mondo nulla accade per caso”, - e Monika indossa il numero 14 proprio come il suo fidanzato - c'è da scommettere che questa stagione può regalare a Moki tante soddisfazioni e perché no, possa vedere realizzarsi anche il suo sogno di una famiglia. 

lunedì 10 settembre 2012

Tennis: Errani e Vinci campionesse nel doppio agli US Open



immagineNEW YORK - Con il punteggio di 6-4, 6-2 il duo Errani/Vinci si aggiudica gli US Open: da domani saranno prime nella speciale classifica di doppio della WTA.Un 2012 davvero d'oro per Sara Errani e Roberta Vinci. Dopo la finale agli Australian Open, la vittoria al Roland Garros e i quarti a Wimbledon, arriva un altro straordinario successo per il duo azzurro che si aggiudica anche il trofeo sul cemento newyorkese battendo con un netto 6-4, 6-2  le ceche Andrea Hlavackova e Lucie Hradecka (numero 3 del tabellone) .

Dopo essersi scontrate nel derby ai quarti del singolare, Errani e Vinci si sono ritrovate insieme per giocare la finale del torneo di doppio. Il match era tutt'altro che scontato per la coppia italiana. Una di fronte all'altra si sfidavano infatti le due coppie che hanno dominato la stagione nei 4 slam: Errani/Vinci vantavano infatti 18 vittorie e 2 sconfitte, Hradecka/Hlavackova 18 vittorie e 3 sconfitte. Inoltre, Hradecka/Hlavackova si erano aggiudicate gli ultimi tre scontri diretti (tra cui Wimbledon e Cicinnati).

L'inizio del match è tutto a pannaggio delle italiane che conquistano subito un break in apertura. Vinci tiene poi anche la battuta e la coppia azzurra vola subito sul 2 a 0. Ma le ceche non si arrendono facilmente. Hlavackova accorcia le distanze e nel turno successivo strappano il servizio alla Errani: è proprio la Hlavackova a mettere maggiore difficoltà il gioco italiano con colpi potenti e grande presenza in campo. Errani continua a commettere troppi errori e sottorete anche Vinci si lascia cogliere spesso impreparata. La partita ritorna così in equilibrio (2-2). Il set va avanti con continui break da un lato e dall'altro soprattutto sui turni di servizio di Errani e Hradecka (che commette due doppi falli). L'allungo definitivo arriva proprio sul servizio della Hradecka: sul 5 a 4 Vinci va dunque a servire per il set; due errori di Errani sembrano compromettere tutto, ma le ceche non sono brave ad approfittarne e consegnano il primo set alle azzurre (6-4).

Nel secondo set Errani riesce a tenere i propri turni di battuta, conquistando poi il break decisivo con la Hradecka a servire (2*-1). Il gioco del duo italiano sale di livello e con uno sprint finale, fatto di un gioco vivace ed efficace anche a livello tecnico, spezzano le ultime resistenze avversarie. Il punteggio finale è 6-4, 6-2 e Errani/Vinci possono sollevare il secondo trofeo stagionale in uno slam. Non senza aver prima fatto qualche passo di danza su un "tormentone" italiano e aver confidato a tutti il segreto del loro successo: "siamo grandi amiche e ci divertiamo a giocare insieme" ha affermato Roberta Vinci.

Il trionfo a Flushing Meadows segue quelli ottenuti, sempre nel 2012, a s'Hertogenbosch, Parigi, Roma, Madrid, Monterrey, Acapulco e Barcellona. Ora le due italiane possono davvero "ballare sul mondo"!

L'articolo originale è pubblicato su Vivere Italia (www.vivereitalia.eu) del 10/09/2012