martedì 20 marzo 2012

Ginnastica Artistica: la forza del singolo


MAKE IT OR BREAK IT: LA FORZA e LA VOLONTÀ' DEL SINGOLO

Per uno strano caso del destino, ho conosciuto la ginnastica artistica attraverso la pallavolo. Nella palestra in cui giocavo, infatti, prima di noi si allenavano le ragazze della scuola di ginnastica della mia città. Ricordo ancora la prima volta che ho visto eseguire quei volteggi e quei salti che sembravano sfidare la forza di gravità e che mi affascinavano per la loro eleganza, forza e precisione. Davvero una strana coincidenza se si pensa che il mondo della pallavolo e quello della ginnastica artistica sono due mondi completamente diversi. Già a partire dalla struttura fisica delle atlete: mentre nella pallavolo l'altezza è un fattore indispensabile, nell'artistica risulta superfluo o addirittura svantaggioso. Me ne rendo conto appena incontro le tre atlete che ci porteranno alla scoperta di questa disciplina: Elisabetta, Carlotta e Francesca non arrivano al metro e sessanta e mi spiegano che una ginnasta deve essere piccola e leggera perché la potenza è uno degli elementi fondamentali. E le differenze non finiscono qui.

La ginnastica è infatti una disciplina molto individuale, dove la forza non è quella del gruppo ma quella del singolo; dove sugli attrezzi ci si sale da sole e da sole si superano le difficoltà concentrandosi su ogni singolo movimento del proprio corpo. Completamente agli antipodi del volley dove “l'unione fa la forza”. E ce lo confermano anche le tre giovani atlete che abbiamo incontrato al Centro Tecnico Federale di Milano: Elisabetta Preziosa, Carlotta Ferlito e Francesca Deagostini: “a me piace molto l'aspetto individuale della ginnastica artistica perché mi ha aiutato a conoscere me stessa, a capire quali sono i miei punti di forza e le mie debolezze. In gara mi concentro da sola e preferisco che il mio allenatore non mi dica di fare questo o quello: se sento troppo la pressione addosso “vado in palla” e rischio di rovinare tutto l’esercizio” afferma Carlotta, 17 anni; le fa coro la piccola Francy (15 anni) che dice di preferire proprio le gare individuali a quelle di squadra: “quando sono sugli attrezzi penso solo a quello che devo fare, a ogni singolo movimento e tutto quello che c'è intorno scompare; in quell'istante ci siamo solo io, l'attrezzo e il mio esercizio. Inoltre, preferisco fare le gare individuali perché in quelle di squadra il tuo errore pesa anche sulle altre compagne e quindi ti senti in colpa. Da sola, in fin dei conti, se sbagli sono solo affari tuoi”.

Ma il supporto delle proprie compagne e dei propri allenatori possono essere fondamentali: “sull’attrezzo non ci si può salire in due e quindi non c’è nessuno che ti può aiutare. L'unico sostegno è quello che ci possiamo dare l’una con l’altra: magari quando una è sull’attrezzo la si incita o le si ricorda un piccolo particolare che la porta a fare la cosa giusta. Anche se per la classifica individuale si compete anche con le proprie compagne di squadra, questa rivalità si vive in maniera molto sportiva: personalmente, in gara cerco di fare il meglio che posso; se poi arrivo prima o dopo una delle mie compagne, l'importante è che abbia dato il massimo. In uno sport così individuale questa mentalità si allena stando sempre insieme: noi del Centro Tecnico Federale, per esempio, viviamo nello stesso residence e quindi tra di noi si è creato un feeling particolare che ci permette di stare sempre unite. Siamo come una grande famiglia” mi spiega Betta, che con i suoi i suoi 4 ori consecutivi ai Campionati Assoluti e i suoi 19 anni è un po' la “veterana” del gruppo. E sì, perché la carriera di una ginnasta ha il suo auge proprio in questa età. Il motivo? “Con l’andare del tempo la ginnastica ti lascia qualche “dolorino” fisico di troppo” afferma l'atleta dell'Esercito Italiano.

Anche perché, in dose assai più massiccia che negli altri sport, gli infortuni fanno parte del pacchetto. Basti pensare che alla sua età Francy si sia già rotta entrambe le mani e che Betta abbia riportato un serio infortunio alle ginocchia; “Il primo infortunio è stato piccolo e quindi sono stata fuori solo un mese, mentre il secondo è stato un po' più “rognoso” e mi sono dovuta fermare per più tempo rischiando di saltare anche gli europei ad aprile. Quando si deve riprendere, la parte più difficile è quella mentale in quanto ci si abbatte un po' e si continua a pensare di non farcela più”. E la stessa sensazione l'ha provata anche Elisabetta: “dopo un infortunio come il mio si arriva anche a pensare di mollare tutto, a fare basta. Nei momenti brutti, tutti pensano a queste cose: è capitato anche a me, però bisogna trovare la convinzione dentro di se' e pensare che in fin dei conti tutto il lavoro che si è svolto ti ha portato fino a qua e quindi sarebbe stupido mollare in quel momento dopo tutta la strada che si è fatta e il sudore che si è versato”.

Non vi è dubbio: la ginnastica artistica è uno sport duro non solo a livello mentale ma anche a livello fisico: uno sport che ti spinge a cadere e ricadere; che ti porta ad affrontare le tue paure e tuoi timori, proprio come accade a Francesca: “tra tutti gli attrezzi la trave è quella che mi viene meglio e quindi quella che mi piace di più; le parallele invece le vivo come una sfida personale: è stato per un esercizio alle parallele che mi sono fratturata una mano. Da quel giorno in me è rimasta un po' di paura e anche se mi piace ho sempre un certo timore nel salire su questo attrezzo: eseguire i volteggi alle parallele è come combattere le mie paure. Ma io non sono mai stata una che si tira indietro e quindi mi butto e cerco di eseguire al meglio il mio esercizio. Quando ero piccola, per esempio, alla mia prima gara ufficiale mi sono bloccata davanti alla trave: avevo paura e mi sono messa a piangere. Ma non mi sono arresa: ho eseguito tutti gli esercizi e sono arrivata terza” .

Ma proprio per questo la ginnastica artistica può essere una grande palestra di vita. Ne è sicura Betta: “la ginnastica ti insegna a vivere. Molti ti dicono che passando tutto il giorno o quasi in palestra, noi ginnaste viviamo in un mondo tutto nostro e che quindi non cresciamo; in realtà si cresce molto di più di quello che pensano gli altri che stanno al di fuori o che comunque non hanno frequentato un ambiente di uno sport così impegnativo. Si cresce molto mentalmente e secondo me per noi ginnaste sarà molto più facile affrontare la vita perché siamo abituate alla fatica”. Inoltre, la ginnastica è una disciplina che insegna a cadere e rialzarsi ogni volta: “se ti piace cadere, la ginnastica è lo sport che fa per te” recitava la protagonista di “Stick It”, commedia del 2006 sulla ginnastica artistica. Ed è proprio così: “di sicuro si cade soprattutto quando devi imparare i nuovi movimenti o i nuovi esercizi. Una delle prime cose che gli allenatori ti insegnano è proprio cadere nella giusta maniera per non farti male: in questo sport non è infatti possibile fare sempre le cose perfette e quindi bisogna imparare a cadere. Però, logico, in gara cerco di evitarlo” - scherza Carlotta - “la mia prima gara in assoluto me la ricordo bene proprio perché non avevo fatto fatto nessuna caduta e quando questo accade è un vero piacere!”.

E l'unico modo per non cadere, è concentrarsi su ogni singolo movimento e su ogni singolo passo. Carlotta - ginnasta della GAL di Lissone e vice-campionessa europea alla trave - ha un modo tutto suo per trovare il giusto equilibrio prima di eseguire il suo esercizio: “è una cosa che faccio da sempre: guardo alla fine della trave e mentalmente rivedo i movimenti che devo fare. Il segreto per non cadere è concentrarsi su ogni singolo particolare e su quello che si deve fare per eseguirlo il meglio possibile, senza pensare a quello che devi fare dopo. Io spesso ripenso a quello che mi ha detto la mia allenatrice Claudia in allenamento, a metter bene il piede in quel punto o la mano in quell’altro, e quando c’è qualcosa che non va, mi concentro sulle sue parole”. Questo di trovare la giusta concentrazione è un momento cruciale per le ginnaste: infatti, a differenza del volley nel quale si hanno vari set e punti per “entrare in partita”, nella ginnastica tutto si riassume in pochi secondi di esercizio. Non c'è margine d'errore; o lo fai bene subito o non hai un'altra possibilità: “la cosa più difficile è mantenere la calma prima di salire e durante l’esercizio per riprodurlo il meglio possibile. Si può averlo fatto migliaia di volte in allenamento in maniera perfetta, ma se poi in gara ci si lascia prendere dal panico, non conta niente averlo fatto bene in allenamento. Quando alzi il braccio e ti presenti alla giuria, il resto non conta più niente: è quello il momento del “tutto o niente” mi conferma Betta.

Ma come ci si allena ad affrontare questa pressione? Carlotta ci svela la tecnica messa a punto dalla nostra nazionale: “ci si allena a preparare sia gli esercizi che ad affrontare le possibili “difficoltà”. La squadra nazionale italiana è molto preparata in questo e nei collegiali facciamo tante prove gara con tanto di giudici che ci danno i voti ai quattro attrezzi in modo da ricreare un po’ l’atmosfera e la pressione. In questo modo ci si allena anche a gestire le emozioni”. Non basta infatti eseguire il proprio esercizio senza cadere: a rendere questa disciplina ancora più “dura” e in qualche modo “spietata” è il fatto che ci sia una giuria a dare un punteggio alle varie componenti: un po' come se nella pallavolo si assegnassero dei punti a come si esegue una schiacciata o un muro. Dentro di me penso che sia una vera e propria “ingiustizia” ma Betta mi fa vedere il tutto da un'altra prospettiva: “il voto dei giudici è costruttivo per noi atlete: se hanno dato un certo punteggio vuol dire che c’era qualcosa che non andava e quindi bisogna controllare le penalità e lavorare su quegli aspetti per capire dove migliorare”.

Una risposta che mi fa capire ancora di più quanto questo sport possa formare una giovane atleta e quanto sia inappropriato definirlo uno “sport minore”. Il reality di MTV “Ginnaste Vite Parallele” ha comunque aiutato a dare maggiore visibilità a questa disciplina: “dopo che hanno mandato in onda le puntate della prima stagione, tantissime giovani si sono iscritte alle scuole di ginnastica artistica e molte persone che avevano smesso hanno deciso di ricominciare”, mi dice con entusiasmo Carlotta che grazie al suo carattere forte è emersa dal programma come un punto di riferimento per molte giovani. Ma la ginnastica artistica non è uno sport per tutti. Ci vuole una struttura fisica adeguata, tanta testa, e, soprattutto, tanta tanta passione: come è vero per tutti gli e tante altre cose della vita, senza l'amore per quello che si fa non si va lontano: “ti devi impegnare e ti deve piacere quello che fai; è uno che ti occupa tutta la giornata e quindi se non ti piace e non hai la passione per stare tutto il giorno in palestra ad allenarti non avrai mai risultati. Nella ginnastica artistica ci vuole tanta costanza perché gli esercizi e i movimenti devono essere ripetuti all’infinito” sottolinea Carlotta.

E questa passione la si può vedere chiaramente negli occhi di tutte e tre le atlete: per quanto diverse possano essere – Carlotta estroversa, un vero “vulcano” di energia, Betta più calma, pacata e riflessiva, Francy con la sua grande grinta e la passione per i vestiti di Abercrombie– nel parlare della loro disciplina, del loro attrezzo preferito o del loro ultimo esercizio, i loro occhi si illuminano in egual maniera e si capisce facilmente quanto per loro la ginnastica artistica sia una vera passione: “è l'unico sport che ho fatto e non ho mai pensato di cambiare. Ho iniziato perché mia sorella maggiore faceva ginnastica e io“rompevo” perché anche io volevo farla: non ho smesso fino a quando i miei non hanno ceduto e mi hanno portato in palestra” mette subito in chiaro Francesca proprio all'inizio della sua intervista. L'atleta della La Costanza Andrea Massucchi ha le idee ben chiare anche per il suo futuro: “ci siamo già qualificate alle Olimpiadi di Londra e sicuramente questo è stato un grandissimo risultato; ma il mio sogno più grande è vincere una medaglia olimpica, magari sfidando la mia ginnasta preferita, la campionessa mondiale russa Aliya Mustafina”.

Lo stesso sogno lo accarezza anche Carlotta, che ha già ottenuto l'oro alla trave al test di qualificazione olimpico: “a 12 anni mi sono allontanata da Catania, dove vivevo con la mia famiglia, per venire a Milano: un distacco difficile per me e i miei cari. Vivere lontano da casa e allenarsi tutta la settimana non è una vita facile, ma se hai la passione e ogni mattina entri in palestra con la convinzione di dover raggiungere il tuo obiettivo, come faccio io, alla fine i risultati e le soddisfazioni arrivano. Io ho avuto la fortuna di arrivare qui dove sono arrivata avendo ben chiaro da sempre il mio obiettivo: sin da quando ero piccola e dal momento in cui sono entrata in palestra per la prima volta, il mio sogno era arrivare alle Olimpiadi. Era il mio chiodo fisso allora e lo è anche adesso ed è per questo che ogni giorno mi alleno”. E anche se il ricordo della prima gara “con il primo trucco, la lacca per sistemarsi i capelli da sola e il primo body da gara è davvero indelebile” - come dice Betta - ora tutti i pensieri e i sogni delle tre atlete sono rivolta a Londra 2012. Quindi: “gamba raghe”, l'Italia intera fa il tifo per voi!

Si ringraziano la Federazione Italiana Ginnastica Artistica, il Comitato Regionale Lombar
dia; gli allenatori: Paolo Bucci, Claudia Ferré, Tiziana di Pilato, Paolo Pedrotti, e Rodica Demetrescu; le atlete: Sara Ricciardi, Emily Armi e Serena Licchetta; i due “piccoli assistenti” Matteo e Federico.

L'articolo originale è pubblicato sul numero di marzo 2012 di Pallavoliamo. La foto di testata è di Daniele Mora, anch'essa per Pallavoliamo.

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