martedì 21 febbraio 2012

Scavolini vittoriosa contro Villa Cortese

Tutti aspettavano lei: l'ex capitano bianco-rosso Martina Guiggi chiamata oggi a sfidare le sue ex compagne. Per ricordare il legame con la giocatrice, i tifosi di Pesaro consegnano a Martina un piccolo regalo (uno Swarovski per il cellulare, un cuscino e una poesia) assieme a un dono del comune. Ma le attese vengono deluse, quando Guiggi si siede in panchina senza togliere nemmeno la tuta. Senza contare l'assenza delle due ex Lindsay Berg e Ramona Puerari. "Abbiamo fatto delle scelte per poter arrivare al meglio all'impegno in Champion League" spiega Abbondanza a fine gara "inoltre, in chiave play off, siamo sicuri matematicamente del secondo o del terzo posto e quindi abbiamo preferito lasciare Berg, Puerari e Guiggi a riposo per questa partita".

Al loro posto in campo scendono Stufi e Pincerato. Pedullà risponde invece con la sua classifica formazione con la diagonale Ferretti e Ortolani, Klineman e Binker in banda, Okuniewska e Manzano centrali e De Gennaro libero.

Inizio equilibrato tra le due formazioni che viaggiano di pari passo fino al primo time tecnico (8-7); nonostante qualche difficoltà per le schiacciatrici bianco rosse Pesaro arriva in vantaggio anche ala seconda sospensione tecnica (16-15). Le ospiti rispondono subito e con due buon primi tempi di Stufi e l'errore dall'altra parte della rete di Okuniewska si rifanno avanti (17-20). Pedullà prova a mischiare le carte inserendo Musti de Gennaro e Cardani ma Villa non si lascia distrarre e allunga ancora soprattutto grazie al gioco dal centro con Stufi in evidenza (19-22) . Brinker non ci sta e con due attacchi riporta a – 1 la sua squadra (21-22). L'attacco al centro di Wilson e poi Bosetti portano al primo set point Villa Cortese (21-24). Come nelle ultime uscite, tuttavia, le ragazze di Abbondanza non hanno la giusta lucidità per chiudere: ne approfittano prima Ortolani e poi Brikinker riaprendo il set (24-24). Bosetti Cateriana viene gettata nella mischia al posto di Cruz: la giovane schiacciatrice mura Ortonani e Villa si aggiudica in volata il primo set (26-24).

Anche l'avvio del secondo set all'insegna del più totale equilibrio. Stufi si mette nuovamente in evidenza sia in fase di muro che in attacco e Villa Cortese prova un primo allungo (5-8). Un nuovo black out delle bianco blu ripota però Pesaro in parità sul 9-9. Abbondanza prova a cambiare Bosetti Lucia con Caterina, ma le sue ragazze fanno e disfano: l'ace di Manzano e poi l'attacco di Brinker danno il secondo time out tecnico alle pesaresi. Al ritorno in campo Pesaro dilaga con Ortolani (18-14): Abbondanza chiama subito un time out per frenare la corsa delle pradroni di casa, ma Okunieska buca nuovamente il muro cortesino dando il massimo vantaggio a Pesaro (20-14). Ultimo sussulto con Villa che prova a tornate in partita; ma ormai i giochi sono fatti. Brinker attacca in diagonale e riporta le due squadre in parità (25-20).

Inizio terzo set all'insegna degli errori dai nove metri da entrambe le parti della rete. E' nuovamente Pesaro a tagliare il traguardo del primo time out tecnico in vantaggio (8-7). Villa è troppo nervosa e le bianco-rosse ne approfittano per fare qualche passo in avanti. Stufi e poi Pavan mettono però di nuovo in parità il tabellone (11-11). Ma è solo un piccolo fuoco: le Colibrì tornano a colpire forte e a siglare punti: Ortolani, Pavan e poi Okunieska riportano le bianco-rosse avanti 15-12 e costringono Abbondanza al time t tecnico. Villa sembra aver perso la bussola: con un attacco fermo al 32% e uan difesa in balia degli attacchi di Brinker e Klineman il gap tra le due sqaudre si allarga sempre di più (21-15). Chiude Klineman con la sua diagonale (25-17) e Pesaro passa a condurre per 2 a 1.
Abbondanza prova il tutto e per tutto inserendo Caterina Bosetti al posto di Lucia, in evidente difficoltà nella terza frazione. Pesaro gioca bene in attacco e ricostruisce bene il gioco, ma i numerosi errori in battuta permettono a Villa si rimanere in gara (6- 8). Al rientro in campo Brinker e Ortolani siglano il sorpasso (9-8). Bosetti Lucia rientra ma al posto di Pavan infortunatasi dopo un recupero: il numero nove cortesino picchia forte ma Manzano la blocca a muro e Pesaro allunga sull' 11 a 9. Due errori consecutivi di Ortolani (uno in attacco e uno in battuta), fanno rientrare Villa in partita grazie anche a un buon turno in battuta di Wilson (13-16): Pedullà dà un po' di riposo alla ravennate e manda in campo Saccomani. La nuova disposizione con le due Bosetti in campo sembra dare un buon equilibrio a Villa Cortese che si porta sul (18-20) e chiude una lunga azione con Cruz chiamata ripetutamente da Pincerato. (20-22). Pedullà richiama le sue in panchina ma ormai il gioco è nelle mani di Villa Cortese. E' Cruz a trascinare le sue in queste battute finali: tre attacchi e un muro della portoricana consegnano il quarto parziale alle ragazze di Abbondanza.

Il match si deciderà quindi al tie break e inizia come una vera e propria battaglia con le due squadre che lottano su ogni pallone. Bosetti e Cruz fanno sentire la loro presenza in attacco e Villa va sul 4-6. Brinker porta tutto in parità e poi Ortolani sigla il punto del sorpasso con un fortissimo attacco dalla seconda linea. Abbondanza ferma il gioco (7-6) ma è la Scavolini ad arrivare in vantaggio al cambio campo. Pesaro sembra avere ora il gioco in mano: Ferretti smarca bene Okunieswska e la centrale polacca sigla il 9-7. Le Colibrì alungano con Manzano a muro (11-8) e costringono Abbondanza a chiedere una nuova sospensione. L'ennesimo errore di Ortolani riapre il set portando Villa a -1 (12-11). Le ultime battute si giocano punto a punto; l'errore di Lucia Bosetti in attacco dà in match point a Pesaro. Cruz dà l'ultima speranza a Villa siglando il punto del 14-13. Ferretti chiama in causa Klineman e l'americana risponde presente mettendo a segna il suo punto numero 21.

Per Pesaro si tratta del sesto risultato positivo in campionato; Villa incassa invece la terza sconfitta consecutiva. Poco soddisfatti entrambi gli allenatori. Per Abbondanza si tratta della "partita più brutta" a cui abbia assistito; "davvero una brutta pallavolo. Siamo stati fortuntati a perdere per 3 a 2 e non con un risultato anche peggiore. Si tratta di una sconfitta, e certo, siamo preoccupati: troppi errori e poca lucidità".

Pedullà si dice invece contento del risultato, soprattutto in chiave play off, ma non soddisfatto della prestazione delle sue ragazze: "dopo la vittoria di Urbino mi aspettavo che oggi la squadra avrebbe fatto dei progressi, invece nel primo e nel quarto set abbiamo sprecato troppe azioni e palloni importanti. Abbiamo disputato una buona gara in difesa mostrano una buona reattività, a parte il primo set. Questo ci ha permesso di giocare con più tranquilliatà anche a muro: le nostre centrali hanno saputo bene leggere gli attacchi delle avversarie e giocare con meno pressione in quanto sapevano che non era indispensabile chiudere il muro".

Mercoledì 22 altra gara delicata contro Novara nel recupero della sesta giornata del girone di ritorno. Appuntamento alle 20.30 al Palacampanara

L'articolo originale è pubblicato su Vivere Pesaro del 20/02/2012

sabato 18 febbraio 2012

Una società....a misura Snoopy


“É la voglia di sport e di divertimento per tutti che 25 anni fa ha fatto nascere la Snoopy Pallavolo” si legge sul sito della società. In una città dove i ragazzi sono da sempre cresciuti a pane e basket e dove la pallavolo è entrata negli onori della cronaca solo da quando nel giro di pochi anni la Scavolini ha vinto scudetti, supercoppe e svariati riconoscimenti, Giancarlo Sorbini, attuale presidente della squadra bianco-rossa, ha deciso di costruire un palazzetto in un quartiere a pochi chilometri da Pesaro. “All'inizio c'era una squadretta di prima divisione che ha perso tutte le partite” - ci racconta Barbara Rossi, presidente della società – “e dà lì è iniziato quello che possiamo definire lo spirito Snoopy ovvero la voglia di aggregarsi e stare insieme”. Sara Antonioli, 21 anni, e capitano della serie C, ne è la prova vivente: “sono 14 anni che faccio parte di questa società e non ho mai cambiato. Quando ho scelto la pallavolo come sport, sapevo che volevo fare un gioco di squadra e la Snoopy ha preso la parte che più sentivo mia: il senso di collettività, l'appartenenza a una vera e propria famiglia; due aspetti fondamentali che non sempre si riescono a creare in tutte le società ma che qui sono dei veri e propri principi ispiratori. Lo si vede nel fatto che giocatrici ed allenatori facciano sempre fatica ad andarsene via da questa società: alla Snoopy ci sente come a casa”.

Da una piccola realtà provinciale la società pesarese ha saputo evolversi fino ad acquisire un'importanza a livello regionale e poi nazionale: “all'inizio venivano solo le bambine di questo quartiere, Villa Fastiggi, ma dopo la costruzione del Pala Snoopy e l'entrata nel nostro organico di Stefano Gambelli, responsabile di tutto il settore giovanile, il nostro gruppo si è allargato e sono iniziate ad arrivare ragazze anche da Pesaro e da tutta Italia” sottolinea Barbara. Infatti, tra le nuove arrivate di questa stagione, ci sono anche Giulia Passasseo di Lecce e Denise Vinci di Vibo Valentia, entrambe in forza nella prima squadra che sta affrontando il campionato di B1. “In Puglia e in particolar modo a Lecce la pallavolo non è ad alti livelli e quindi per poter fare il salto di qualità dovevo spostarmi. Sinceramente, non conoscevo la Snoopy come società, ma tra tutti i provini che ho fatto in giro per l'Italia, è quella che mi ha colpito maggiormente. Inoltre, l'idea di poter giocare a Pesaro, una città conosciuta in tutta Italia per la pallavolo, ha sicuramente avuto un grande peso nella mia scelta” ci spiega Giulia, 17 anni. E se per l'opposto pugliese la qualità è stato il fattore determinante, per Denise la scelta è stata dettata dalla simpatia della mascotte, appunto Snoopy.

È stato Sorbini stesso ad adottare il noto bracchetto della striscia a fumetti di Peanuts proprio per sottolineare l'ingrediente di fondo di questo gruppo: il divertimento. Ed è proprio questo che ha convinto Denise a firmare: “la prima volta che sono entrata in palestra sono rimasta colpita da tutti quegli snoopetti dipinti sulle sulla pareti del palazzetto, degli spogliatoi e della palestra. Non avevo mai visto una cosa del genere e mi è piaciuto talmente tanto che ho subito pensato che questa fosse la società giusta per me. Di solito, infatti, gli ambienti che avevo conosciuto fino a quel momento erano tutti molto più seri e ingessati...qui invece sin dal primo approccio ho respirato un' aria allegra e genuina. Poi la siepe a forma di Snoopy all'ingresso mi aveva già conquistata”. Serietà e allegria, qualità e genuinità: sono questi i marchi di fabbrica di una società che partita da una sola squadra ha saputo creare un vero e proprio movimento pallavolistico che ha centrato nella scorsa stagione la promozione in serie B1 e serie C e che agli Oscar dello Sport pesaresi è tornata a casa con due premi come miglior società emergente.

“La famiglia Snoopy conta circa 300 ragazze tra mini volley, under 13, under 14, under 16 serie C e B1. Abbiamo inoltre attivato due progetti con la Scavolini e abbiamo formato due squadre, una under 16 e una under 18 nel quale militano giocatici di entrambe le società. Ma non ci fermiamo qui. Da alcuni anni abbiamo attivato anche delle importanti partnership con le scuole della provincia dal titolo ”lo sport incontra la scuola per crescere insieme”. Secondo me infatti, le scuole e le società sportive sono delle “agenzie educative” che possono e devono lavorare insieme per educare i più giovani.” - puntualizza Barbara, che oltre ad essere una dirigente è anche una pedagogista - ”Per questo noi diamo tanta importanza anche al counseling sportivo, proprio per insegnare agli allenatori non solo nozioni tecniche ma anche pedagogiche ed educative. Soprattutto in questo momento di crisi nel volley femminile, crisi che non esiste solo nei campionati maggiori, ma che sta interessando anche quelli minori. Nella serie B1, per esempio, ci sono molte società in difficoltà o che si sono ritirate. Ma c'è anche un aspetto positivo: una presa di coscienza del fatto che sia necessario un cambio nella maniera in cui si lavora con le atlete italiane qui in Italia. Il cercare di mantenere i propri principi, non lasciarsi trascinare dalle problematiche che si stanno creando e il voler continuare a lavorare in maniera seria sono i principi su cui la nostra società intende lavorare: le problematiche si possono risolvere proprio puntando sulle piccole società che ancora credono in questi sani principi”.

Ed è proprio per promuovere questi sani e genuini principi che la Snoppy ha accettato di essere la protagonista di un video firmato Zeeva Production e Danilo Billi. “Il nostro è un video semplice ma genuino, che ci rappresenta benissimo. Nasce come idea per festeggiare i 25 anni della nostra società, per ripercorrere la nostra storia e mostrare quello che siamo riusciti a fare. L'idea non è solo promuovere una pallavolo di alto livello ma anche quello di mostrare qual' è il giusto ambiente per fare crescere questa passione ed educare le atlete e gli allenatori secondo la nostra ideologia”. Le riprese sono durate una settimana, con i video-operatori che sono andati tutti i giorni in palestra filmando tutti e gruppi e intervistando gli allenatori e i dirigenti; le telecamere sono persino andate nella Casa Snoopy a curiosare nella vita quotidiana delle atlete: “Per il video sono venuti anche a casa dove viviamo e quindi all'inizio c'è stato anche un po' di imbarazzo e di emozione” - commenta Giulia Ceccato, 20 anni palleggiatrice della B1 - ”All'inizio non sapevo davvero cosa dire ma alla fine abbiamo preso anche un po' di confidenza con la troupe e alla fine abbiamo preso una tisana tutti insieme. È giusto che mostrino anche la vita di quelle atlete che non sono del posto ma che all'interno della Snoopy vivono come in una vera e propria famiglia. Nelle strutture messe a disposizione della società ci si sta bene: si studia e insieme si risolvono i problemi. Personalmente, se avessi avuto la possibilità di vedere come le ragazze più grandi e di categorie più importanti vivevano la pallavolo e come si allenavano, mi avrebbe stimolato molto. Sfortunatamente da piccola non ho mai avuto questa possibilità e sono quindi contenta che le bambine che io alleno possano sfruttare questo video per trarne ispirazione e per crescere”.

E se per Giulia la parte più difficile è stata quella tra le mura domestiche, per altre l'emozione di giocare davanti alle telecamere ha tirato un brutto scherzo durante gli allenamenti: “la parte più difficile del video è stata la quella durante l'allenamento perché tutte noi cercavamo di dare il massimo ma, a causa della tensione, non sempre ci riuscivamo e capitava di fare peggio” ci confessa Giulia Passasseo. “Ma è stata anche una motivazione in più per tutti” - ribatte subito Sara - “ Il video ha coinvolto tutti, anche le più piccole: quando abbiamo filmato in palestra tutti insieme, nessuno voleva davvero mancare. È stato bello vedere come uno reagisce quando sai che sei ripresa dalle telecamere: tutte noi volevamo dare il meglio! A me personalmente ha fatto molto piacere perché sono cresciuta con questa società. Certo, non lo farei tutti i giorni: sapere che ogni settimana ci sono le telecamere forse può distrarre, ma fare un'iniziativa come questa nel quale si promuove lo sport e la sua importanza è bello. Qui i Villa Fastiggi la pallavolo ricopre un ruolo sociale importante: se chiedi ad un bambino o un adolescente cosa fa il sabato pomeriggio, ti risponderà che va a vedere la Snoopy. È importante far girare la vita di una comunità intorno allo sport e se video come questi possono promuovere questo messaggio io ne sono felice ed orgogliosa”.

L'articolo è pubblicato sul numero di febbraio 2012 di Pallavoliamo.
La foto di testata è di Danilo Billi ed è pubblicata sul numero di febbraio 2012 di Pallavoliamo.

Cartolina da...Miami: SIlvia Carli


“Qui mi sembra tutto un film!” Non faccio altro che ripetermelo da quando sono arrivata: i giocatori di football e le cheerleaders, gli hamburgers e gli smooties, lo skyline che ha fatto da sfondo a tante serie televisive e l'oceano sconfinato. Come dove sono? Vi dicono niente nomi come Ocean Drive o South Beach? Ebbene sì, sono a Miami, perla della Florida e città che mi sta ospitando in questo mio anno da freshman (matricola) presso la Florida International University. Il campus è immerso nel verde e le strutture sportive offrono tutto quello che un atleta potrebbe sognare: piscina, sala pesi super attrezzata, file di tapirulan con conta “miles” - e non chilometri, siamo in America! - vasca con acqua gelata per tonificare i muscoli e soprattutto tanti macchinari per le terapie. Se hai bisogno di un massaggio o di una fasciatura all'ultimo momento, sai sempre che c'è qualcuno lì per te. E questo ti dà tanta sicurezza e tanta voglia di fare.

Io sono arrivata a giugno, quando mancava ancora qualche mese all'inizio della pre-season. Durante questo periodo - chiamato open-gym e nel quale gli allenatori non possono stare in palestra - ho lavorato davvero sodo per essere pronta ad affrontare al meglio la mia prima stagione nella NCAA americana. E devo dire che arrivare prima è stata la mia fortuna! Non parlo solo dal punto di vista fisico, ma soprattutto da quello mentale: la cultura americana è infatti molto diversa da quella europea, soprattutto quando si parla di sport. In Italia, per esempio, tutto è molto più tecnico; qui negli Stati Uniti, si lavora invece soprattutto a livello mentale: tutti cercano di farti sentire speciale e una vera campionessa. Avete in mente quei discorsi spirituali pieni di citazioni e parabole che si ascoltano nei film dedicati agli sport? Frasi ad effetto del tipo “questa potrebbe essere l' ultima partita della vostra vita” che l'allenatore proferisce prima del grande match ? Funziona davvero così! E non è solo il coach a farli: infatti, a turno, ognuna di noi deve fare una preghiera o un discorso di incitamento pre gara. Inoltre, la nostra allenatrice a fine stagione ha fatto un colloquio personale con ciascuna di noi atlete e ci ha dato da fare un tema nel quale dovevamo parlare dei nostri propositi per il prossimo anno, di quello che volevamo migliorare e di quello che ci aspettavamo. Potrebbe sembrare una classica “americanata” ma a me è servito a creare una mentalità vincente.

Ho inoltre instaurato un bellissimo rapporto con il mio coach, Danijela Tomic, e lei ha sempre avuto delle parole positive per me. Certo, da matricola non ho potuto fare molto, ma penso di aver dato un grande contributo alla squadra: in campo sono una che si fa sentire, che urla, che vuole fare la sua parte in ogni singola partita... e alla fine il mio impegno è stato premiato. Dopo due mesi sono infatti entrata come titolare e in poche partite mi sono piazzata seconda nella speciale classifica dei muri: un ottimo risultato arrivato grazie anche alla fiducia che Danijela ha riposto in me. E soprattutto alla super preparazione a cui siamo state sottoposte. Sembrava che fino a quel momento non mi fossi mai allenata in vita mia! Un esempio: il “river test”, il mio peggior incubo. Una mattina, il nostro coach ci ha portato nel campo da basket e con voce solenne ci ha annunciato che avremo fatto il temibile “river test”: una batteria infinita di scatti e corse a tempo con 40 secondi di pausa tra una serie e l'altra. Arrivi alla fine che il tuo corpo perde le funzioni vitali...e non sto scherzando! La leggenda narra che Danijela lo facesse ripetere all'infinito a chi non riusciva a passarlo la prima volta: fortuna che io ce l'ho fatta al primo tentativo! In quel momento, quando finisci l'ultimo scatto e sai di avercela fatta ti senti un vero atleta e ti riempe di soddisfazione. Loro ci tengono tanto a queste cose: se abbandoni è come dire che la squadra e le tue compagne non possono ne' contare ne' fidarsi di te... è quindi importante dare il massimo in queste cose.

E io voglio lasciare davvero il segno in questa squadra! Sono sicura di potercela fare perché qui mi sento davvero a mio agio e ho trovato il mio equilibrio: non avendo altre compagne nel mio corso di studi, passo molto tempo da sola a studiare e a riflettere su me stessa. In questo modo sento di essere più consapevole di me, delle mie scelte e dei miei obiettivi. So per esempio che non voglio mai più fare cose che non sento mie, che voglio fare le mie scelte, quello che mi rende felice. Proprio come è avvenuto con la decisione di partire per gli Stati Uniti: per la prima volta sto vivendo un'avventura solo mia, una cosa che ho voluto dall'inizio alla fine e che appartiene solo a me.

Il tutto è iniziato circa due anni fa, quando ero al Club Italia. Durante il campionato avevo avuto modo di parlare con le atlete americane che giocavano contro di noi: a me piaceva parlarci perché ho sempre amato l'inglese sin da quando facevo le scuole medie. Chiacchierando con loro della vita e della pallavolo d'oltreoceano, mi sono convinta che mi sarebbe piaciuto lasciare tutto e andare negli Stati Uniti. I miei genitori hanno fatto di tutto per convincermi a non partite. Ma niente da fare, io avevo preso la mia decisione e avevo già iniziato a compilare la domanda di ammissione. E che domanda! La NCAA, l'ente che regola lo sport universitario americano, ha regole molto severe e controlli molto serrati sui propri atleti e quindi la domanda di ammissione era davvero molto complessa. Avevo paura di non farcela: quando mi hanno detto che ero stata accettata alla FIU sono stata molto orgogliosa di me perché ce l'avevo messa davvero tutta per poter entrare ed era la dimostrazione che se davvero vuoi una cosa la puoi ottenere. Inoltre, qui, sto realizzando anche quale potrebbe essere il mio futuro!

Di tornare in Italia, sinceramente, ancora non ci penso: sono al mio primo anno e ne ho altri tre davanti a me nei quali poter giocare e studiare per diventare una fisioterapista. Eh già! Ho capito che questa potrebbe essere la mia strada: voglio studiare e diventare qualcuno in questo campo. Ci sarebbe inoltre la possibilità unica di avere il master in fisioterapia tutto spesato rimanendo come assistant coach presso la squadra: un'occasione unica che non penso di lasciarmi sfuggire! Qui, anche se la stagione è molto breve, è anche molto intensa. Basti pensare che le trasferte le facciamo in aereo e non in autobus come in Italia. Quando sono arrivata, pensavo che la Sun Belt Conference, alla quale appartiene la nostra università, si sarebbe giocata solo in città della Florida,in posti che potevamo raggiungere in autobus in qualche ora... invece mi sono ritrovata a spostarmi continuamente con viaggi che iniziavano il giovedì mattina e terminavano la domenica sera. Spesso poi si giocavano due partite nei weekend in due posti diversi e nemmeno tanto vicini: capitava per esempio di doversi spostare dall'Arkansas a Denver, dal Kentucky alla Florida nel giro di poche ore. Lì ti rendi conto della differenza con l'Italia e soprattutto del fatto che non hai tempo per lamentarti perché la stagione è talmente corta e i ritmi tanto intensi che non te ne rendi nemmeno conto: non puoi permetterti di rilassarti e devi sempre dare il 100%.

Quest'anno la nostra corsa si è fermata proprio ad un passo dal vincere la nostra conference e disputare poi le fasi finali del torneo NCAA. Oltre ad aver perso proprio davanti al proprio pubblico, il rammarico più grande è stato il fatto di non aver ricevuto l'anello che viene dato a chi vince la propria conference: io voglio quell'anello e questo sarà il mio obiettivo per la prossima stagione! Ma le differenze con l'Italia non finiscono qui. Essere atleti nei campus americani vuol dire infatti essere una specie di “celebrità”: tutti ti conoscono, tutti hanno parole di incoraggiamento per te e tu sei “amica” di tutti! Ti senti super coccolata da tutti e il pubblico è davvero molto caloroso: dopo una sconfitta sono tutti pronti a consolarti. Le uniche a non essere proprio dalla nostra parte sono le cheerleaders, a volte un po' gelose nei nostri confronti.

Il motivo? I giocatori di football! Come nei più classici film americani, il connubio cheerleader-giocatore di football è una specie di status quo, e per questo non sempre sono contente quando i loro quaterback vengono a fare un tifo scatenato per noi sugli spalti! Durante le partite, poi, è proprio come in TV, con l'inno americano cantato prima di ogni singolo match, le bandiere americane che sventolano e la banda che suona. La cosa che mi ha più colpito però è stata un'altra che non mi aspettavo davvero: il riscaldamento separato. Innanzi tutto, il riscaldamento si fa con delle maglie diverse da quelle di gara: una volta finito, si ritorna negli spogliatoi e ci si cambia. Poi, come nel più vero stile a stelle-e-striscie, tutto deve essere una sorta di coreografia con le due squadre che si alternano sul campo da gara: la formazione di casa fa iniziare le ospiti per quattro minuti, poi si cambia; di nuovo le ospiti con gli attacchi e poi nuovamente le padroni di casa. Sinceramente è un aspetto che non mi piace molto, perché si perde la concentrazione e non ha senso stare a guardare le altre mentre si potrebbe palleggiare a metà campo. Stranezze degli Stati Uniti!

Per non parlare degli orari degli allenamenti. Questa è la mia giornata tipo: sveglia alle 6.30; pesi dalle 7 alle 8; se ho tempo vado a fare colazione, altrimenti mi aspetta la seduta di fisioterapia per prepararmi ai veri e propri allenamenti che iniziano alle 9 e vanno avanti a ritmi serrati fino alle 12. Doccia, pranzo e.... lezioni! E sì, perché alla fine siamo sempre in un college e sempre secondo le regole NCAA, noi atleti dobbiamo adempiere anche ai nostri doveri di studenti per otto ore alla settimana, fatta eccezione per la settimana di trasferte quando ci aspettano “solo” sei ore di studio. Abbiamo addirittura un nostro “academic center” aperto dalle 7 del mattino alle 9 di sera anche la domenica: in poche parole, non abbiamo scuse per non poter studiare! Dite che sia impossibile tenere il ritmo ed organizzarsi? Io sinceramente ci riesco abbastanza facilmente, anche perché è da quando ho 15 anni che non sono a casa e ho imparato a organizzare i miei impegni al meglio.

Dopo sei mesi mi sento davvero “americana”: mi piace tanto lo stile di vita, la cordialità delle persone, la musica, i locali, e ho trovato persino un certo equilibrio con il cibo. Come leggenda vuole, qui è tutto più grasso e pieno di zuccheri: basta ordinare tutto “sugar-free” e prendere piccoli provvedimenti e anche il rischio di prendere troppi “pounds” è scongiurato! Miami è poi un miscuglio di culture e stili che è impossibile non innamorarsi di questa città.

Non c'è che dire: I LOVE MIAMI!

L'articolo e la foto sono pubblicati sul numero di febbraio 2012 di Pallavoliamo.

Mi fido di te: Maggie e Luciana Do Carmo


IL REGALO PIÚ GRANDE

“Voglio farti un regalo, qualcosa di dolce, qualcosa di raro. Non un comune regalo”. É proprio sulle note della canzone di Tiziano Ferro che tre anni fa ho fatto il mio ingresso nella vita di Luciana. Lei all'epoca giocava a Conegliano e in quel periodo tra sconfitte e qualche problema fisico era un po' giù di morale. É per questo che la sua amica e compagna di squadra Marika Serafin ha deciso di farle il “regalo più grande”: me, Maggie. In Brasile la mia padroncina ha un barboncino di nome Beethevon che è rimasto però dai suoi genitori: qui in Italia le mancava avere un cane e ripeteva a Marika che voleva un cucciolo. Per due anni l'ha letteralmente torturata con questa storia, e così, al ritorno dalla trasferta di Empoli per la Coppa Italia, Marika, con l'aiuto di sua zia e sua madre, ha invitato Luciana a fare un salto a casa per mangiare un pezzo di dolce. Quando lei è entrata, sul tavolo c'era un cestino con sopra un panno da cucina: un po' troppo grande per una crostata, avrà certamente pensato la mia padroncina; e soprattutto, si muoveva un po' troppo per essere un dolce! Da quella cesta sono sbucata io, un batuffolo bianco con un bel fiocco rosso in testa. Lei mi ha preso in braccio e io ho iniziato a leccarla tutta.

All'inizio quasi non ci credeva che fossi veramente per lei. Forse non lo sapeva ancora, ma da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata radicalmente. E non parlo del fatto che al Carnevale di Venezia riuscissi ad attirare l'attenzione e gli sguardi dei passanti nonostante le bellissime maschere e le bellezze della città. Non si tratta davvero di una questione di popolarità – anche se lo ammetto, non passo mai inosservata! Il vero motivo è che per le atlete straniere come Luciana, lontane dal proprio paese e senza le proprie famiglie, la presenza di un cane diventa molto importante. Inoltre, quando un cucciolo vive in casa diventa veramente parte della famiglia. Io e Luci abbiamo un rapporto simbiotico; con tutti i cani che aveva avuto prima di me è stato diverso perché li doveva dividere con la famiglia. Io invece sono solo per lei. Noi due ci intendiamo con un semplice sguardo: capisco se è allegra o triste; quando non mangia non mangio neppure lei; se piange... io sto davvero male. Pensate che quando è andata ad un ritiro importante, nonostante tutti gli impegni e i pensieri che aveva, sentiva molto la mia mancanza e non riusciva a stare concentrata. Dice infatti che nel pre o post partita io l' aiuto a rilassarsi e quindi a fare bene in campo. Non immagino come farà se non riuscirà a portarmi in Brasile questa estate. Non è infatti un'impresa facile! Ci sono tanti vaccini da fare e c'è anche molta burocrazia per potermi portare. Ma io sono disposta a tutto: anche andare all'ambasciata!

Sotto sotto infatti spero che ci riesca: adoro il caldo e l'idea di poter uscire senza dover indossare maglioncini o impermeabili mi alletta molto! Eh sì! Non amo molto i vestiti: quando la sera mi deve portare fuori a fare i miei bisognini.... è una vera guerra. Quella dei Bichon Frisé è infatti una razza molto delicata e quindi mi si deve coprire bene quando fa freddo; ma la semplice idea di indossare i maglioncini....mi fa passare la voglia di andare fuori. E poi non capisco perché insista tanto....lo so anche lei soffre il freddo e che non ha voglia di uscire! Tornando ai vestiti, ne ho davvero tanti, dato che Marika e molte delle compagne di squadra di Luci spesso mi comprano qualcosa. In particolare, la mia padroncina è un'amante di Hello Kitty e quindi ho tantissimi accessori in rosa, come la bellissima borsa che Luciana mi ha appena comprato e con la quale mi porta in giro nei palazzetti. Mi sa che ha speso anche tanto...ma io ci sto davvero bene lì dentro! In casa poi ho un miliardo di giocattoli e quasi quasi non c'è nemmeno più posto per le cose di Luciana. Il regalo più bello? La ciotola che Tai Aguero mi ha regalato per Natale! Mangiare i miei croccantini o le mie adorate zucchine lì dentro, è un vero piacere. Come dite? Zucchine? Sì sì, avete letto bene. Io sono un cane vegetariano convinto: adoro tutte le verdure e vado pazza per le pere. Logico, quando viene qualcuno a cena e Luciana cucina qualcosa di buono, non disdegno qualche boccone di carne: mi hanno detto che sono brava a fare il musetto da vittima innocente!

Talmente brava, che tutti mi adorano e mi coccolano. Soprattutto le compagne di squadra di Luciana che sono letteralmente innamorate di me. Vado quasi sempre agli allenamenti con la mia padroncina e diciamo che ormai faccio parte della società: l'allenatore, per esempio, mi tiene in sala video con sé mentre Luciana fa i pesi. Ma non lasciatevi ingannare...non sono proprio una grande fan della pallavolo: durante le partite preferisco dormire piuttosto che osservare la mia padroncina in azione. Il mio momento preferito è la fine della partita, quando finalmente sono libera di correre su e giù per il campo e giocare con le ginocchiere delle giocatrici. La mia vita, in qualche modo è sempre stata legata al mondo del volley: persino il mio nome! Maggie è stato infatti scelto durante una cena a casa della zia di Marika alla quale partecipavano le compagne di squadra di Luciana dell'epoca come Stefania Positello e la stessa Serafin. Ognuna delle presenti ha messo su una lista dei nomi, e alla fine, dopo un lungo lavoro di idee e proposte.... tra i tanti nomi, l'ha spuntata Maggie. E fortuna che si sono decise: sono rimasta senza nome per un po' di tempo!

Inoltre, seguo Luciana in tutti i match e qualche volta mi sono fatta anche qualche trasferta; ma solo quelle più vicine. Quando Luciana deve partire mi lascia ad un ragazzo che si chiama Soni. Come accade spesso con chi mi vede... si è innamorato di me e ha detto a Luciana che se si trovava in difficoltà poteva tenermi lui quando ne aveva bisogno. E come si prendono cura di me Soni e la sua famiglia, non lo potete nemmeno immaginare. Quando la mia padroncina mi viene a prendere, torno meglio e più bella di quando mi aveva lasciata. Diciamo che mi tengono come un gioiello! Anche perché sono davvero molto buona e so tenere le zampe a posto. Quando ero piccola, per esempio, non piangevo mai e non ho mai morsicchiato pantofole o borsoni da pallavolo. L'unica “marachella” è stata qualche bisognino lasciato qua e là i primi tempi quando non sapevo come funzionassero le cose: la cosa peggiore era che Luciana quando si alzava dal letto, ogni tanto ci pestava e io mi sentivo troppo in colpa. Ma è successo solo poche volte...davvero! Anche perché adesso dormo sul lettone con la mia padroncina, e devo comportarmi bene. All'inizio Luciana ha provato a seguire i consigli dei veterinari che le ripetevano di non portarmi a dormire con lei sul letto e di abituarmi a stare nella cuccia sin da subito. Ma dopo aver passato la la prima notte a tenere la mano nella mia cuccia - perché appena la toglieva io naturalmente piangevo – ha preferito lasciarmi salire con lei.

Un successo su tutta la linea; soprattutto da quando dormo con il cuscino che ho preso – diciamo - in “regalo” da Marika Serafin. Marika è una persona davvero importante per me e per Luciana, ed è grazie a lei se sono entrata a far parte della vita della mia padroncina: non smetterò mai di ringraziarla per questo. Come non smetterò mai di ringraziare Luci: mi ama tanto e so di essere importante per lei; e per questo mi sento di dire di essere un cane davvero fortunato! Quindi grazie Luci, per esserci sempre per me e per essere come sei. Sei tu, il “mio regalo più grande”.

L'articolo e la foto sono pubblicati sul numero di febbraio 2012 di Pallavoliamo nella rubrica Mi Fido di Te.

Monica De Gennaro: i mestieri del volley

L'ANIMA DELLA SQUADRA


Diventare un libero dopo aver giocato sempre da posto 4 non è un passaggio semplice, soprattutto a livello mentale: si passa infatti da un ruolo nel quale si giocano molti palloni a uno dove spesso capita di non toccare palla per molti scambi. E lo è stato anche per me, quando nel mio primo anno a Vicenza, il mio allenatore ha pensato di spostarmi in questo ruolo: abituata a schiacciare ed attaccare molti palloni, durante gli allenamenti mi sembrava di non fare nulla! Immergermi nel ruolo del libero e vestire i suoi panni, per me è stata una vera e propria sfida a livello mentale! Inoltre, all'epoca, non si dava molto importanza a questo ruolo e lo si vedeva quasi un ripiego per quelle giocatrici “bassette” che, per sperare di giocare nelle categorie superiori, non potevano fare altro. L'idea comunque di poter difendere mi è piaciuta sin dall'inizio, ed ero inoltre consapevole che la ricezione ha una grande importanza nell'economia del gioco; certo la difesa, è quella che anche il pubblico apprezza di più soprattutto quando è spettacolare, ma la ricezione mi piace perché un buon appoggio permette poi all'alzatrice di giostrare al meglio le proprie schiacciatrici: è un gesto più tecnico, meno spettacolare ma sicuramente molto importante in fase di gioco e che può darti molte soddisfazioni.

La parte più difficile nel ricoprire questo ruolo è comunque rimanere concentrati durante l'intera partita, proprio perché si giocano pochi palloni e si rischia quindi di perdere il ritmo del gioco. Inoltre, hai pochi margini di errore: quelle poche palle che ti arrivano in difesa le devi prendere e quelle poche che ti arrivano in ricezione le devi piazzare precise sulla mani dell'alzatrice. Non è quindi un ruolo facile! Ma il contributo più importante di un libero in campo si gioca più a livello di “atteggiamento”. Se l'alzatrice è la mente, l'opposto il braccio, il libero è un po' l'anima della squadra: se tu stai lì, lotti su tutti i palloni in difesa, il tuo atteggiamento, la tua voglia di non mollare mai, può influenzare in maniera positiva anche le tue compagne; quello del libero è un compito di grande valore, forse meno evidente o acclamato di quello della schiacciatrice, ma sempre di grande importanza. Per essere un buon libero, quindi, non basta la tecnica: avere sensibilità nel bagher, saper leggere le situazioni in ricezione e in difesa, essere rapidi e reattivi sono sicuramente caratteristiche importanti, ma quello che conta di più in un libero è l'atteggiamento. Io in campo pretendo molto da me stessa: per questo di cose da migliorare a livello tecnico ne avrei davvero tante. Ma l'aspetto su cui voglio lavorare è imparare a dare la dovuta importanza agli altri ricettori nelle varie fasi di difesa e ricezione. Saper dirigere la ricezione aiutando le compagne a sistemarsi al meglio per la ricezione è infatti un altro compito importante del libero. Ma non si tratta solo di mettersi nel punto giusto per dare le giuste coordinate alle proprie compagne, ma sapere anche gestire le zone di conflitto, che sono quelle più critiche. Proprio come sanno fare Cardullo e Sykora, le due giocatrici che apprezzo maggiormente per la loro tecnica e soprattutto per il loro atteggiamento in campo.

L'unico neo di essere libero è che quando ti fanno punto non sai come vendicarti: non puoi andare in battuta e fare un ace o attaccare forte contro le avversarie e questo limite è una vera frustrazione per una “aggressiva” e testarda come me! La mia avventura in questo bellissimo sport è iniziata a Sorrento quando ho deciso di seguire le orme di mia sorella maggiore: quando eravamo piccole, mia madre portava me e mia sorella gemella a vedere gli allenamenti e mi sono innamorata di questo sport, perché innanzitutto era uno sport di squadra dove in campo non eri mai lasciata sola e soprattutto era un buon modo per fare delle nuove amicizie. A 13 anni la grande svolta. Per dirle con le parole del mio film preferito “non so se ognuno abbia il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza”, ma io ho deciso di seguire quella brezza e ho deciso di lasciare la mia casa, la mia terra e arrivare fino a Vicenza. Una scelta “estrema” per una ragazza di quella età: mi sono ritrovata infatti in una squadra con gente molto più grande di me e quindi all'inizio ero anche un po' timorosa ma allo stesso tempo avevo quel pizzico di “strafottenza” che mi ha aiutato ad inserirmi bene e a sopportare la distanza. A tranquillizzare i miei c’era poi il fatto che avessi degli zii a Lonigo, un paese a pochi chilometri da dove avrei giocato. E in fin dei conti, pensavo che se le cose non fossero andate, dopo un paio di mesi sarei potuta tranquillamente tornare a casa. In realtà, tra scuola, palestra, partite di campionato e le gare di A1 da seguire in tribuna, di tempo per pensare alla nostalgia ce n'era davvero poco.

Sono rimasta a Vicenza per sette anni, tra giovanili, serie B e A1. Con la maglia della Minetti ho vinto lo scudetto Under 19 e ho conquistato la promozione in B1. La partita che mi ricorderò per sempre è stata quella del mio debutto assoluto in serie A nella stagione 2004-2005 contro la Colussi Perugia in Coppa Italia, quando al di là della rete c'erano giocatrici del calibro di Gioli, Fofao, Aguero e Francia. Quella gara la vincemmo per 3 a 1, anche se dopo è stata Perugia ad avanzare e vincere il titolo. Fare il proprio debutto in un match così importante è stato sicuramente di buon auspicio e da buona napoletana sono abbastanza scaramantica, soprattutto in campo. Quando devo giocare, per esempio, metto sempre le stesse forcine, elastici, calzetti e persino lo stesso intimo; nello spogliatoio, prima dell'ingresso in campo, cerco di ripetere sempre gli stessi gesti! Nella vita di tutti i giorni invece lo sono meno: non credo per esempio che il gatto nero porti sfortuna...o che il 17 sia un numero sfortunato. É infatti con questo numero che ho raggiunto grandi risultati, anche se la scelta è stata un po' “obbligata”. Sin da piccola il mio numero di maglia era stato il 7, ma quando sono arrivata a Vicenza il mio numero fortunato l'aveva già scelto Dall'Igna. Ho quindi optato per un numero nel quale il 7 comparisse lo stesso...e devo dire che ha portato bene nonostante il 17 abbia una cattiva nomea. Sotto la scala però non ci passo...meglio non sfidare troppo la sorte! Ma torniamo alla pallavolo. Nella stagione successiva al mio debutto sui campi della serie A sono poi entrata nella rosa delle titolari. L'essere allenata da Manu Benelli è stato sicuramente la chiave di svolta per me: è grazie a lei che ho infatti fatto quel salto di qualità dalla pallavolo delle giovanili a quelle della massima serie.

Ma prima di approdare alle grandi squadre, come la Scavolini Pesaro, ho pensato fosse un buon compromesso giocare una stagione da titolare in A2. Infatti, a differenza della A1 dove la maggior parte delle schiacciatrici preferisce attacchi potenti, nella seconda serie italiana il gioco permette più fasi di recupero e di difesa: in questo modo, un libero ha la possibilità di giocare più palloni e di farsi le ossa. Per questo, la stagione con la maglia dell'Aprilia è stato un momento importante di crescita per me. Inoltre, il campionato di A2 è molto più competitivo in quanto non ci sono squadre dominanti e anche se abbiamo vinto coppa Italia e campionato, non ci sono mai state partite semplici da giocare. Nonostante la buona stagione che avevo fatto, tuttavia, non me l'aspettavo di essere chiamata da una società così titolata come la Scavolini dopo un anno in A2, anche perché in Italia di liberi di un certo livello ce ne sono tanti. Inoltre, giocare per le campionesse d'Italia era davvero una bella responsabilità: voleva dire mettersi in discussione dopo un anno molto positivo e passare da una lega più “nascosta” ai riflettori della serie A e delle coppe europee! Sfortunatamente, in queste due stagioni sento di non essere riuscita ancora a giocare al meglio, e i risultati fino ad ora ottenuti ne sono una triste dimostrazione.

Anche per questo, la convocazione in nazionale è stata una vera sorpresa! Inoltre, inizialmente, dopo l'Europeo, Barbolini aveva convocato tre liberi completamente diversi e io neppure non c'ero tra quei nomi: è stato tutto molto inaspettato, e in un certo senso … strano. Se da un lato ero infatti felicissima di poter indossare la maglia della nazionale, mi dispiaceva davvero tanto partire al posto di Serena Ortolani, mia compagna di squadra, che sapevo teneva molto a quella convocazione e a disputare una competizione dove avrebbe potuto giocare. Anche se sapevo che partivo per stare tutto il tempo in panchina, o meglio in tribuna, la convocazione azzurra è un riconoscimento che ti dà maggior voglia e spinta. Qualsiasi giocatrice ha degli obiettivi nella propria carriera e questi obiettivi ti portano ad allenarti tutti i giorni e a dare il massimo. Una convocazione in nazionale sicuramente ti dà delle motivazioni in più e lo è stato anche per me: è stato come ripagare i sacrifici fatti in tutta la vita! Ma non è sicuramente un punto d'arrivo per me; al contrario, è uno stimolo in più per riuscire a dare il meglio in questo campionato.

É proprio vero, come diceva Forrest Gump, che “la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”. Forrest Gump è anche il mio film preferito e ogni volta che lo guardo mi commuovo sempre. Mi piace molto il cinema, anche se è il mio ragazzo il vero esperto. Parlando di film, nell'estate del 2008 ho anche avuto la possibilità di girare uno spot con Aldo, Giovanni e Giacomo. Non potete immaginare le risate che ci siamo fatti su quel set! Non avevo mai fatto un' esperienza del genere e mi è piaciuto molto. Loro sono esattamente come si vedono nei film: un vero spasso. Tra un ciak e l'altro c'erano tante pause, perché c'erano tre momenti diversi e quindi bisognava aspettare che la troupe preparasse tutta la scenografia e montasse le telecamere. In questi momenti capitava che Aldo imitasse il cane che ti morde al polpaccio o che durante la cena facessero la guerra con le molliche di pane. E il tutto senza che ci conoscessero poi così tanto bene dato che abbiamo filmato tutto in una sola giornata. Per me era un po' strano perché normalmente sono una persona molto socievole, ma non mi piace aprimi troppo con le persone che non conosco....ma sto migliorando, soprattutto nelle interviste! Nello spot mi hanno pure fatto giocare sulla sabbia: e io amo il beach volley e la sua versione più “pallavolistica” del sand volley. Giocare sulla spiaggia è un divertimento assoluto: come libero puoi buttarti un po' come vuoi... tanto sulla sabbia non ti fai male! Ma è anche divertente perché nel sand volley non ci sono delle regole strette come nella pallavolo e quindi mi capita anche di schiacciare. E in fondo in fondo, ho ancora un po' l'anima della schiacciatrice!

L'articolo originale è pubblicato sul numero di febbraio 2012.
La foto di testata è di Davide Gennari ed è pubblicata sul numero di febbraio 2012.

venerdì 17 febbraio 2012

Valentina Zago

Tra le sue compagne di squadra è meglio conosciuta con il soprannome di Zagor, come l'atletico protagonista di una famosissima striscia di fumetti italiana degli anni '60. Stiamo parlando di Valentina Zago, opposto della Pomì Casalmaggiore. Proprio come il suo alter ego fumettistico, instancabile viaggiatore e valoroso combattente, Valentina è una ragazza “testarda e che si impunta un po' sulle sue convinzioni” e che ha iniziato la sua scalata verso la A2 proprio con un viaggio che l'ha portata lontana da casa all'età di 16 anni e che le ha permesso di intraprendere questa avventura nel mondo della pallavolo italiana. Certo, Valentina nel suo percorso non ha dovuto combattere contro creature mostruose o salvare gli indiani d'America, ma nella vita di una giocatrice di pallavolo altri possono essere gli ostacoli da affrontare e gli avversari da combattere.



Ma andiamo con ordine, e partiamo dalla prima tappa di questo viaggio: una piccola palestra nella cittadina di Stra, in provincia di Venezia, dove Valentina muove i primi passi nel mondo della pallavolo: “Inizialmente avevo provato con il nuoto....ma è durata davvero poco. Nonostante mia madre fosse una giocatrice di pallamano - e che aveva giocato persino in A2 – questo sport non mi aveva mai attirato: dalle mie parti non è un gioco molto conosciuto e non c'erano neppure squadre importanti in zona. Il mio arrivo sui campi da gioco è arrivato quando ho deciso di seguire i miei amici che giocavano nella palestra dietro casa. All'inizio ero lì per provare, senza una vera e propria motivazione, ma è stato subito amore: mi è piaciuto subito e a pelle ho capito che era la disciplina adatta a me. In realtà, i primi tempi in palestra mi ricordo che erano anche un po' noiosi perché si facevano sempre le stesse cose e più che imparare la tecnica della pallavolo passavamo il tempo a fare giochi come Palla Guerra, Palla Base; tant'è che io spesso mi domandavo “ma siamo venuti qui a giocare a pallavolo o cosa?” . Non si può certo negare che sin da piccola Valentina avesse le idee chiare: lei voleva giocare. “Da lì ho continuato passando per tutte le categorie, fino a che non sono passata a giocare in serie C a Padova. Poi mi hanno chiesto di andare a Ravenna al Club Italia”.

L'idea di dover lasciare la propria famiglia e trasferirsi a tanti chilometri di distanza dai propri cari, avrebbe spaventato chiunque. Ma tanta era la voglia di giocare e di imparare di Valentina, che a soli 15 anni la giovane schiacciatrice decide di lasciare la sua famiglia, i suoi amici e i suoi studi e raggiungere l'accademia di pallavolo più importante d'Italia. Quello del Club Italia è stato un passaggio importante per la crescita di questa atleta ma che ha anche comportato sacrifici e che le ha riservato anche dei momenti difficili. “Oltre alla paura di lasciare casa, di “abbandonare” la propria famiglia, di andare via e vivere con altre ragazze che non conoscevo, mi preoccupava il pensiero di non sapere se sarei riuscita a vivere lontano dai miei cari. E poi avevo paura di cambiare scuola. Avevo infatti iniziato a fare il “turistico” a Venezia e poi sono passata a ragioneria, una cosa che mi ha scosso e a scuola ho avuto una certa difficoltà. Ma il fatto di condividere quell'esperienza con ragazze che come me si trovavano lontano, mi ha fatto passare meglio quella situazione anche se in alcuni momenti mi mancava un po' il supporto dei miei genitori. Nel Club Italia poi avevamo tantissime ore di allenamento e, essendo tutte minorenni, eravamo molto controllate...noi invece eravamo in quella fascia d'età dove la voglia di uscire e stare in compagnia è tanta. Non era possibile fare molte cose e stavamo sempre lì tra di noi, a parte quelle cinque o sei ore per andare a scuola”. Ma la restrizione più grande era forse quella pallavolistica: “vista l'intensità degli allenamenti tutto era focalizzato sulla crescita: a me, tuttavia, mancava molto il gioco vero e proprio e la competizione; secondo me la bravura la si sviluppa stando in campo e giocando partite, mentre noi non avevamo grandi obiettivi e quindi quel passare tanto tempo in palestra senza poter poi mettere in pratica in partita quello cha facevi a me stava un po' stretto”.

Ma è proprio quel periodo al Club Italia che permette a Valentina di venire notata e di entrare nel giro della nazionale seniores: “in realtà avevo già giocato con la Prejuniores e avevo preso parte anche a vari collegiali azzurri e agli europei : conoscevo già quindi l'ambiente e i ritmi di lavoro. L'anno scorso però è arrivata la convocazione più importante con la maglia della seniores: anche se non si trattava della prima squadra, per me è stata una grande gioia, soprattutto perché arrivava dopo un po' di tempo dall'ultima volta che avevo fatto parte del gruppo azzurro e voleva quindi dire che in tutti quegli anni qualcosa di buono l' avevo davvero fatto. Ricordo che in quel periodo ero a San Casciano, in B1. Il presidente faceva parte della federazione e quindi sapeva un po' le notizie in anteprima: ogni tanto, ridendo, mi diceva che ci sarebbe stata questa manifestazione in Cina ad agosto e mi ripeteva “mi raccomando che in agosto devi andare in Cina” ; ma io mi domandavo di cosa stesse parlando perché non ne sapevo proprio nulla. Poi, per email, ho ricevuto la notizia della convocazione al collegiale e poi alle Universiadi di Shenzhen. A quel punto il mio obiettivo più grande era quello di far bene e se avessi avuto la possibilità di giocare,- come poi è stato - di dare tutta me stessa. Indossare la maglia della nazionale e sapere di rappresentare la propria nazione è un'emozione forte; anche se si tratta di competizioni più o meno importanti, cantare il proprio inno nazionale ti lascia sempre un po' a bocca aperta”.

Grande è stata anche l'emozione di potersi “confrontare” con giocatrici del calibro di Piccini, Lo Bianco e Cardullo: “non le conoscevo personalmente: è stata sicuramente una grande emozione fare un allenamento insieme a queste giocarci... per non pensare al fatto di farci due chiacchere! Inoltre, ho avuto modo di poter conoscere anche atlete che ammiro molto come Serena Ortolani ed essere allenata da coach del calibro di Parisi e Mencarelli da cui ho imparato davvero tanto”. Così, dopo una stagione al Volley Valsugana (PD) e due a San Casciano (FI) sempre in B1, per Valentina era giunto il momento di fare il grande salto nella lega A. La sorte ha voluto che l'opposto mancino vestisse la maglia proprio di quella squadra che aveva negato la promozione nella massima serie alla squadra fiorentina: “avevo ancora un po' il “dente avvelenato” per quella partita e ho preso il mio tempo per pensarci bene. Il presidente della Pomì mi aveva parlato delle prospettive e degli obiettivi che aveva la sua società per questa stagione e soprattutto la possibilità di giocare da subito come titolare. Dopo tanto pensare mi sono detta “proviamo questa avventura”. Fino a quel momento avevo sempre giocato in B1 e quindi anche la prospettiva di poter disputare una stagione in A2 era davvero allettante. Ma allo stesso tempo portava sulle mie spalle una responsabilità maggiore che un po' mi faceva paura. In B1 fino a quel momento sapevo come comportarmi; in A2 non sapevo neppure se ne sarei stata all'altezza! Inizialmente è stato difficile adattarsi subito al ritmo degli allenamenti le squadre avversarie erano sicuramente di un livello più alto a quello a cui ero abituata fino ad allora. Per questo ho lavorato molto fin da subito e sono riuscita ad inserirmi in questa nuova realtà con tranquillità. Personalmente sono contenta di come stia andando il nostro campionato fino ad ora e di come io stia giocando: avere subito la possibilità di giocare ed essere titolare all'inizio mi ha un po' spaventato, ma poi l'ho presa con tranquillità e mi sono detta che dovevo impegnarmi e fare tutto il possibile. E ha funzionato”.

Nonostante infatti le ultime tre sconfitte, la Pomì, squadra neopromossa dalla B1 e con una rosa di atlete completamente nuova, ha saputo ben gestire questa prima parte del campionato e ha trovato in Valentina un opposto capace di siglare fino a questo momento ben 277 punti: un bottino niente male per una esordiente! Il segreto del suo successo? “sia che la partita stia andando bene sia male, il mio pregio più grande è quello di avere sempre una grande grinta e la volontà di non mollare: due aspetti che secondo me sono davvero essenziali in campo...e nella vita. Quando penso su cosa mi butterei quando un giorno smetterò di giocare, viste le difficoltà nel mondo del lavoro, penso che mi tirerei su le mani e mi adatterei fino a trovare qualcosa che mi piace. Cerco di avere sempre la giusta determinazione ma il sorriso e la battuta sempre pronta ce l'ho sia fuori che dentro il campo. ”. Un po' come Zagor; e proprio come lui, Valentina ha un grande attaccamento alla propria famiglia e all'avventura. “sono figlia unica e quindi i mie genitori sono molto legati a me. Inoltre sono due appassionati di volley e sono due miei grandissimi fan. Ogni weekend mi seguono in giro per l'Italia e mi sono sempre vicini: mi fa piacere perché quando si è lontani da casa, avere persone importanti vicino a te ti dà tanta forza. Ora hanno persino comprato un camper per potermi seguire al meglio. Non me l'aspettavo davvero questa “new entry”: è stata un' idea improvvisa e io all'inizio non volevo nemmeno crederci; ora invece lo apprezzo molto: è bello perché quando posso andiamo a fare un giro tutti insieme ed è come vivere una continua un'avventura”. Il viaggio di Valentina è appena iniziato, ma quale sono i suoi obiettivi per il futuro? Come Zanor ha lasciato il segno nel mondo dei fumetti italiani – è il secondo più longevo dopo Tex - anche Valentina vuole lasciare un segno nella pallavolo italiana magari con addosso la maglia di un club importante come quello di Bergamo o di Modena: “sicuramente il mio più grande desiderio è arrivare a giocare in serie A1, poter fare bene, diventare qualcuno e lasciare il mio segno in questo sport. All'inizio quando ero piccola il mio sogno era indossare la maglia della Foppapedretti Bergamo; non mi dispiacerebbe neppure Modena, ma cambio spesso e vado ad annate”.

Potrebbe essere un bel desiderio da poter esprimere il 21 febbraio quando l'opposto della Pomì festeggerà i suoi 22 anni. In fin dei conti, nel lungo viaggio che Valentina ha percorso i sogni sono stati il motore di tutto: da quella piccola palestra di Stra fino ai riflettori della nazionale; da quei giorni difficili lontano dai propri genitori, alla ribalta della nazionale seniores; dalla paura di non potercela fare, alla consapevolezza che tutto il lavoro fatto ha davvero dato i suoi frutti. Il viaggio, ne siamo certi, sarà ancora lungo, e come Zagor, Valentina saprà affrontare tutte le future battaglie e difficoltà con la stessa grande determinazione e il sorriso di sempre.

L'articolo originale è postato sul numero di Febbraio di Pallavoliamo.
La foto di testata è di Giuliano Gorghetto ed è pubblicata sul numero di febbraio 2012 di Pallavoliamo

Elitsa Vasileva


LA RICERCA DELLA FELICITÁ

Nel nuovo calendario griffato Foppapedretti, Elitsa viene ritratta avvolta negli abiti di cuoio nero di Mia Wallace nella celeberrima locandina di Pulp Fiction: sguardo ammiccante, caschetto nero, tacchi alti e pistola d'ordinanza. Ma quanto c'è di Elitsa in Mia? “La scelta del film è stata della società ma io ho accettato di buon grado perché il film mi piace, l'ho visto e sono una grande fan di Quentin Tarantino. Inoltre, diciamo che mi ci ritrovo nel personaggio perché a volte anche io sono un po' “pazza” come Mia”. Ma non è Pulp Fiction il film preferito della giovane schiacciatrice bulgara, ne' tanto meno quello che meglio la rappresenta. Parlando con Elitsa, infatti, non esistono quei “silenzi che mettono a disagio” tanto cari al personaggio di Tarantino. Al contrario, la giocatrice orobica ama parlare della sua carriera e di sé senza lasciare silenzi e senza nascondere quelle che sono le sue debolezze. Proprio come Chris Gardner, il protagonista di “La ricerca della Felicità”, il suo film preferito con il quale condivide lo spirito di fondo. Il film parla, infatti, della voglia di non arrendersi di fronte alle difficoltà, della gioia di vivere, della positività e della volontà di portare a termine quello che si inizia, nonostante le difficoltà e le delusioni. E Etsi – come la chiamano tutti - è proprio così: “sono una ragazza positiva, non mollo mai e soprattutto, quando faccio una cosa la faccio fino in fondo; tutti dicono che in campo sono sempre molto sorridente, ed è vero: cerco di aiutare le mie compagne e le persone che mi stanno accanto anche attraverso il sorriso”. Quando quel 6 giugno, la Foppapedretti Bergamo ha vinto il suo ottavo scudetto, tra le tante lacrime, le urla e i flash il suo sorriso era quello più bello e più contagioso.

E i motivi per sorridere erano davvero tanti. La schiacciatrice bulgara era infatti risultata determinante per quel successo, quando entrata in campo dalla panchina, ha messo a terra 13 punti che hanno portato la sua squadra alla vittoria: “sinceramente non mi rendevo conto di quello che era successo neanche una settimana dopo. In quella partita sono entrata dalla panchina e una volta in campo pensavo solo a fare bene le cose anche nei momenti di difficoltà; quando sbagliavo la battuta, o magari il mio attacco non andava o la ricezione non era buona, non pensavo mai all'errore ma a quello che dovevo fare. II mio unico pensiero quando sono andata in battuta sul match point era quello di vincere quella partita, senza pensare allo scudetto: prima di tutto, dovevamo vincere quel match per poter sollevare il trofeo. Certo, non sono stata io da sola a far girare la partita: abbiamo giocato di squadra e abbiamo disputato una grande prova.” La prova della giovane atleta è stata talmente convincente che l'anno dopo, non solo Elitsa è stata riconfermata, ma è anche diventata un cardine importante nell'attacco orobico in questa stagione. Come direbbe Gardner nel film, questa fase la potremmo chiamare quella della “presa di coscienza”. “Perché avrei dovuto cambiare? Qui a Bergamo mi trovo benissimo e fino ad ora non ho mai incontrato una società così bella nella quale stare. Davide (Mazzanti), inoltre, mi ha aiutata tantissimo a migliorare in tutti i fondamentali e nei vari aspetti del mio gioco. Auguro a tutte le giocatrici di poter passare di qua perché è un'esperienza umana e professionale davvero bella. Tutto è più che perfetto. Sapevo che questa seconda stagione con la maglia della Foppapedretti sarebbe stata diversa perché l'anno scorso non avevo tutte queste responsabilità. All'inizio, sinceramente, questa nuova realtà mi pesava un po' ed ero un po' preoccupata. Un mio grande difetto infatti è quello di avere poca fiducia in me stessa e quindi questa pressione non era facile da sostenere. Tutte le persone che mi sono vicine, però, mi hanno detto di vivere al meglio questa situazione perché se la società e l'allenatore si fidavano così tanto di me voleva dire che mi meritavo questa fiducia e che dovevo sentirmi bene ed esserne orgogliosa. Quindi, piano piano ho cambiato anche la mia mentalità in campo: cerco di essere più serena, pensare in maniera positiva e di essere un punto di riferimento per le mie compagne”.

E pensare che pochi mesi prima del passaggio a Bergamo, Elitsa Vasileva aveva messo a segno 28 punti proprio contro la Foppapedretti portando Perugia alla inaspettata vittoria in gara uno dei quarti di finale dei play off. “Quella partita, che abbiamo vinto per 3 a 2 è stata una partita bellissima perché nessuno si aspettava certo che riuscissimo a vincere quella gara e quando la vittoria arriva in maniera inaspettata è anche più bella”. Correva l'anno 2010 e la stagione con la maglia del Perugia è stata una vera e propria consacrazione per l'atleta di Dupnitsa che, partendo spesso dalla panchina, ha saputo ritagliarsi il suo posto in squadra fino a diventarne una risorsa davvero importante. Questa parte della sua vita potrebbe chiamarsi “la crescita”: “sinceramente, avevo paura di andare a giocare in una squadra così titolata e dalla storia così importante; per fortuna avevo al mio fianco Antonina Zetova! Averla con me in squadra mi ha aiutato a fare questa scelta di passare a Perugia perché sapevo che mi avrebbe aiutato molto stare al suo fianco e che avrei avuto possibilità di imparare molto da una giocatrice che ha tantissima esperienza nel mondo della pallavolo. A lei devo tante cose per come sono diventata come giocatrice, in quanto guardare allenarsi una che va a terra per tutte le palle, che si impegna durante gli allenamenti come in una partita, mi ha aiutato a crescere anche mentalmente e tecnicamente tanto poi da poter ritagliarmi spazio in quella squadra”.

In casa Sirio, Elitsa arrivava comunque con un buon bagaglio sulle spalle, maturato nella A2 italiana e soprattutto nella nazionale bulgara, dove viene convocata al primo anno da professionista nel VC CSKA Sofia e con la quale vince un argento e un bronzo all'European League: “nel 2005 ero appena passata alla pallavolo professionista che mi hanno subito convocato in nazionale. Stare in campo con giocatrici molto più brave di me e poterle osservare è stato sicuramente un grande vantaggio per me perché ho potuto imparare molto sul piano tecnico e mentale. Inoltre, quella convocazione è stata cruciale per la mia carriera, perché proprio in nazionale ho conosciuto il mio procuratore: ho firmato il contratto con lui e dopo neanche un anno e mezzo sono arrivata a Cremona. La maggior parte delle mie compagne di nazionale giocavano all'estero e alcune in Italia: parlando con loro sono così venuta a conoscenza del campionato italiano e soprattutto mi hanno dato consigli su come “sopravvivere” lontano da casa. Allontanarsi da casa a 17 anni infatti non è mai facile, e effettivamente è stato un po' uno shock all'inizio. Ero piccola e quindi il mio procuratore ha parlato molto con la mia famiglia. I miei mi dicevano di provare e nel caso non andasse bene potevo sempre tornare in Bulgaria. Ma per me questo discorso proprio non andava: quando faccio una cosa la faccio fino alla fine e soprattutto nel miglior modo possibile. Sono fatta così. Sono quindi arrivata a Cremona già sapendo che non sarei mai tornata a casa senza provarci fino in fondo o senza riuscirci. Con la lingua all'inizio è stata davvero dura, perché ero l'unica straniera in squadra che non parlava l'italiano e quindi il mio allenatore mi spingeva moltissimo affinché lo imparassi il prima possibile. Inoltre, io volevo poter parlare con le miei compagne perché per me il poter comunicare con chi mi sta accanto è davvero importante, non solo in campo ma anche nella vita. Quindi tutti mi spingevano molto e io mi sono data da fare il più possibile per imparare velocemente e bene”. Parlando con lei, si direbbe che quelle difficoltà e quella fase che potremo chiamare “i primi passi”, sono ormai solo un lontano ricordo.

Come lo è la pallacanestro, lo sport che Elitsa praticava e che ha abbandonato per dedicarsi solo alla pallavolo: “ho scoperto questo sport a 13 anni; sinceramente io non volevo iniziare a giocare a pallavolo perché in quel momento stavo già giocando a basket come mia sorella Ralitsa. In più mi piaceva molto questo sport. Tuttavia, alcuni allenatori di volley mi avevano notata e mi avevano detto che avevo il fisico adatto per la pallavolo in quanto ero molto magra e alta: mi hanno così chiesto di provare la pallavolo. Anche i miei genitori erano convinti di questo passaggio e mi ripetevano che se non mi fosse piaciuto avrei sempre potuto ritornare al basket. Solo che ho iniziato e... non ho più smesso. Si è visto subito che potevo diventare brava e così è stato. In quel momento il mio fisico era proprio adatto a questo sport e i miglioramenti si sono visti subito a differenza del basket dove non riuscivo ad esplodere: mi mancava sempre qualcosa, mentre nella pallavolo riuscivo davvero bene in tutti fondamentali e miglioravo a vista d'occhio. Ricordo che ero subito andata a giocare in una squadra forte, senza però saper effettivamente giocare. Così all'inizio sono stata un mese a muro a fare bagher e palleggi mentre le altre mie compagne erano già in campo per il sei contro sei. Erano più grandi e io dovevo imparare tutto: i movimenti della schiacciata, della difesa. Dopo un anno però ero in campo e l'anno successivo sono arrivata nella serie A bulgara”. Come definire questa fase? Io direi “la giusta scelta”.

Eh sì, perché è stato proprio grazie a questa decisione se Elitsa è arrivata qui in Italia, in un paese che considera già come sua “seconda casa” di cui le piace davvero tutto e di cui “l'unico difetto, se vogliamo, è che è troppo lontano da casa. Della Bulgaria mi manca solo tanto la mia famiglia, per il resto sono abituata a cambiare. Ma gli affetti famigliari sono quelle cose che mi mancano di più”. La famiglia è un valore davvero importante per l'atleta bulgara, esattamente come nel caso del protagonista del film di Muccino. E come nel caso di Gardner, anche Elitsa è consapevole che “se hai un sogno tu lo devi proteggere. Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non la sai fare. Se vuoi qualcosa, vai e inseguila. Punto”. E quale è il sogno di questa giovanissima giocatrice? “ Il campionato di quest'anno è davvero imprevedibile ed è difficile capire quali squadre possano avere la meglio. Ma io quest'anno voglio vincere tutto il possibile. Punto solo a questo”. E anche se Bergamo è appena uscita dalla Coppa Italia, di premi da conquistare ce ne sono ancora tanti nel futuro di questa giocatrice. In fondo, come conclude Garder, “ la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire”.

L'articolo originale è pubblicato sul numero di Febbraio 2012 di Pallavoliamo.
La foto di testata è di Luigi Di Fiore ed è pubblicata sul numero di febbraio 2012 di Pallavoliamo.

Editoriale mese di febbraio: le lezioni del volley....targate YAMA

LEZIONI DI VITA

Da sempre la pallavolo è stata per me una grande scuola di vita e nonostante abbia ormai da anni appeso le mie ginocchiere al chiodo, continua ad esserlo ancora adesso. In particolare è stata la Coppa Italia ad insegnarmi, o meglio, a ricordarmi quattro piccole lezioni di cui ho fatto tesoro e che voglio condividere con tutti voi.

La prima, senza ombra di dubbio, è che l'unione fa la forza: la vittoria della Yamamay Busto Arsizio è stata una vera e propria vittoria di gruppo. Vedere le giocatrici tutte abbracciate durante l'inno nazionale mi ha ricordato che nella vita, come nella pallavolo, è sempre importante avere un gruppo di persone al tuo fianco che credono in te e che condividono i tuoi stessi obiettivi. Proprio come il nostro gruppo, dove ogni numero e ogni successo è il risultato di un lavoro di squadra, fondato sulla fiducia e il rispetto che ognuno di noi – direttori, giornalisti e fotografi - ha degli altri.

Il secondo insegnamento è arrivato quando parlando con gli addetti ai lavori o andando in giro tra i tifosi di Urbino, Busto, Piacenza o Modena bastasse dire la parola “Pallavoliamo” per suscitare parole di apprezzamento e supporto da tutte le parti. Cosa ho imparato? Che l' entusiasmo da parte di voi lettori è contagioso ed è una spinta in più per dare sempre il meglio e per continuare con passione. Ed è per questo che da parte mia e da tutta la redazione di Pallavoliamo vogliamo dirvi grazie! Credetemi...non c'è nulla di più gratificante che ricevere i complimenti da parte dei propri lettori e capire che effettivamente siamo forti! E anche i numeri ci danno ragione: lo scorso mese abbiamo toccato il record di 22.000 visitatori.

Un numero che potrebbe dare davvero alla testa!

Ed è proprio di questo che tratta la terza lezione che ho ricevuto quel giorno da parte di Carlo Parisi. Neo vincitore della Coppa Italia, artefice di una stagione strabiliante a capo della Yamamay, alla mia richiesta di un autografo, con la mano tremante – e credetemi....tremava davvero – coach Parisi mi ha ringraziato per la richiesta e ha scritto il suo nome in un angolino del mio foglietto. Il suo insegnamento: l'umiltà. Perché è vero, è bello essere riconosciuti e ricevere tanti apprezzamenti, ma è anche importante ricordare che c'è sempre qualcosa da migliorare e tanto lavoro da fare per mantenersi a questi livelli.

Infine, l'ultima lezione – e forse quella più importante - mi è arrivata nel momento in cui, dopo le interviste di rito, il forte e sincero abbraccio con due giocatrici mi ha ricordato per l'ennesima volta la parte più bella di questo lavoro: raccontare le emozioni, le lacrime, le sfide e la gioia che la pallavolo sa e riesce a regalare, condividendole con chi questo sport lo gioca, lo ama, lo sostiene o come noi, lo vuole raccontare.

L'articolo e la foto sono pubblicati sul numero di Febbraio di Pallavoliamo.

venerdì 10 febbraio 2012

Champions League: Bergamo infrange i sogni europei della Scavolini

La Scavolini ci prova fino in fondo ma riesce a strappare un solo set a Bergamo: si infrange così agli ottavi il sogno europeo delle Colibrì. La Foppapedretti raggiunge la MC Carnaghi Villa Cortese ai quarti di finale per un'altra sfida tutta italiana.
Per continuare a sognare, in casa Scavolini è obbligatorio vincere la partita e poi giocarsi il tutto per tutto nel golden set. Dopo il riposo "forzato" di domenica scorsa a casua delle condizioni atmosferiche, le Colibrì hanno avuto tutto il tempo per preparare questo appuntamento così importante. Pedullà manda in campo in campo il suo solito starting six con Ferretti in regia, Manzano e Okuniewska al centro, De Gennaro libero e Brinker, Ortolani e Klineman a schiacciare. Mazzanti risponde con Valentina Serena a guidare le centrali Nucu e Arrighetti, le attaccanti Vasileva, Piccinini e Quaranta e il libero Merlo.

L'avvio di match è tutto all'insegna delle centrali di Bergamo, Nucu e Arrighetti che chiudono le vie d'attacco a Klineman e Ortolani. Vasileva sospinge la sua sqaudra in avanti ad entrambi i due time out tecnici (8-2 e 16-10). Nel campo di Pesaro ancora tanti gli errori in ricezione e le incomprensioni nella gestione delle zone di conflitto. Bergamo vola veloce verso la conquista del primo parziale (25-14).

Le orobiche partono forti anche nel secondo set, ma alcuni errori di Piccinini e di Vasileva permettono alle Colibrì di rimanere sempre vicine. La ricezione delle bianco-rosse migliora e così anche le percentuali in attacco: il set si incendia e le due formazioni vanno di pari passo. Più dei punti sono però gli errori da un lato e l'altro della rete a fare la differenza. Nota positiva per le pesaresi l'entrata di Ampudia che dà più consistenza all'attacco e al muro pesarese. Le padrone di casa pareggiano il conto set con Klineman (26-24).Nel terzo parziale, la Norda Foppapedretti riprende subito le redini del gioco, grazie ai colpi potenti di Vasileva, ai muri di Arrighetti e all’esperienza di capitan Piccinini e chiude in maniera perentoria con il punteggio di 17 a 25.

Il quarto set è quello del tutto o fuori per le ex campionesse. La Scavolini si trova per la prima volta avanti al primo time out tecnico. Ortolani fa sentire la sua forza in attacco e l'entrata di Agostinetto in difesa sembra dare maggiore stabilità alla ricezione pesarese. Le ragazze di Pedullà spingono sull'acceleratore ma Bergamo è capace di annullare, con Arrighetti e Piccinini, tre palle set che sarebbero valse il pareggio. Il ventisettesimo e decisivo punto arriva con il muro di capitan Piccinini. Bergamo vola ai quarti di finale dove troverà Villa Cortese. Per le pesaresi la corsa europea termina invece qui, ma con il merito di averci provato fino in fondo.

L'articolo originale è pubblicato su Vivere Pesaro del 10/02/2012

venerdì 3 febbraio 2012

Champions League: Bergamo ancora tabù per la Scavolini

Il tabù Bergamo continua: Scavolini sconfitta per 3 a 0 in casa della Foppapedretti Bergamo. Partita a senso unico, con Pesaro che spreca un vantaggio di 5 punti nel terzo e decisivo set.
Gli ottavi di finale di Champions League hanno messo di fronte nell'ennesima sfida Scavolini Pesaro e Norda Foppapedretti Bergamo. Sfida piena di storia che sulla carta promette scintille. Tutte le statistiche sono però a vantaggio delle bergamasche che hanno sempre battuto le Colibrì negli impegni europei. A favore di Pesaro c'è però la vittoria per 3 a1 in campionato. Nonostante il maltempo, il palazzetto di Treviglio accoglie un nutrito pubblico pronto a sostenere le proprie campionesse.

Mazzanti preferisce Serena in regia al posto di Signorile, e la palleggiatrice dimostra subito che la fiducia è ben riposta distribuendo bene il gioco tra le sue schiacciatrici (8-4). Bergamo vola subito avanti nel primo set sospinta in attacco da Quaranta, Piccini e Vasileva (17-12) e dal turno di servizio di Arrighetti. Troppi gli errori in fase di ricezione da parte delle bianco-rosse nonostante la prsenza in campo del doppio libero: con la palla spesso staccata da rete, Ferretti non riesce ad impostare un gioco efficace e gli attacchi di Ortolani e Klineman sono facili prede del muro di Arrighetti e Nucu.

In avvio di secondo set, Pesaro si porta avanti sul 4-7 grazie agli attacchi di Brinker. Ma è ancora Bergamo ad essere più continua ed efficace su tutti i fondamentali. Le orobiche, grazie ad una grande prova in attacco e muro di Quaranta, si portano nuovamente avanti (11-8). Pedullà prova a cambiare le carte in tavolo inserendo Saccomani al posto di Klineman: il cambio sembra dare dei buoni risultati ma capitan Piccinini prende in mano le redini della sua squadra e con una serie di attacchi e muri vincenti permette a Bergamo di siglare l'allungo decisivo e di chiudere sul 25 a 20.

Il terzo set si rivela come sempre la fase più delicata della partita. Bergamo si rilassa e permette a Pesaro di portarsi avanti (1-7) grazie ad Ortolani e alla buona guardia in difesa di De Gennaro. Bergamo reagisce e si porta velocemente a - 3 con Arrighetti e Piccinini. La Scavolini non si lascia sorprendere e vola al +5 al secondo time out tecnico. Mazzanti cambia la regia inserendo Signorile e manda in campo Di Iulio per Vasileva. Il cambio ha l'effetto sortito e Bergamo ricuce il gap trovando la parità a quota 19. Pesaro va in confusione e con alcuni errori in attacco permette alle bergamasche di passare in vantaggio e di chiudere il set sul 25 a 22.


ll match di ritorno tra una settimana: giovedì 9 febbraio alle 20.30 al PalaCampanara di Pesaro: per qualificarsi ai quarti le bianco-rosse sono obbligate a vincere la partita e a far suo il golden set.

L'articolo originale è pubblicato su Vivere Pesaro del 03/01/2012