venerdì 18 novembre 2011

I mestieri del volley: scoutman, Fabio Tisci


Molti pensano che lo scoutman sia semplicemente quella persona che, nascosta dietro ad un computer a fondo campo, prende le statistiche della gara in corso. Certo, il nostro ruolo è importantissimo durante il match, in quanto mandiamo le comunicazioni alla panchina, ma in realtà, il vero lavoro dello scoutman non finisce con la partita ma continua anche a casa. I programmi che utilizziamo – Data Volley e Data Video nella maggior parte dei casi – ci permettono di studiare a fondo ogni minimo dettaglio della gara o dell'atleta: grazie all'uso di codici, questi software sono infatti capaci di mostrare la distribuzione di gioco delle squadre in campo, le azioni d'attacco di ogni singola giocatrice e di ogni singolo fondamentale o la distribuzione di palla per ogni rotazione. Io personalmente lavoro in questo modo: a seconda della disponibilità del materiale, prendo le statistiche delle avversarie, le sommo e per ogni attaccante preparo un foglio con i tipi di attacchi. I programmi di scouting inoltre mi permettono di tracciare le traiettorie di attacco delle varie giocatrici e la loro efficacia. Sfortunatamente non tutti in Europa usano gli stessi programmi e codici, e quindi quando ci si prepara per giocare le competizioni internazionali, il lavoro diventa anche più lungo in quanto bisogna guardare il video e prendere di nuovo tutti i dati relativi alla partita e alle giocatrici. Come potete immaginare, ciò richiede lunghe ore di lavoro: per noi la pallavolo non si ferma alle due ore di allenamento o alla partita, ma coinvolge tutta la nostra giornata. Starà poi allenatore sfruttare al meglio le informazioni che noi scoutmen gli forniamo – montaggi video, statistiche e i fogli con le traiettorie degli attacchi - per preparare la tattica migliore.
Durante le due stagioni alla Chateau D'Ax ho avuto modo di poter imparare il “mestiere” da uno degli scout più bravi al mondo, Paolo Giardinieri, che ha lavorato con Velasco e che quest'anno ha pure vinto i giochi asiatici con l'Iran. Il mio battesimo da scoutman l'ho avuto con Tommaso Barbato, il secondo allenatore di Urbino, che mi ha insegnato a “mettere le mani sul computer”; ma è stato con Paolo che ho perfezionato le miei tecniche di scouting ed è a lui che è legato il mio ricordo più bello nel mio lavoro. La scorsa stagione, per motivi familiari, Paolo si è dovuto allontanare e l'ho sostituito per tre mesi: sono così diventato il responsabile dello scouting e in quanto tale, durante le partite, ero io a raccogliere le statistiche. La prima partita contro Conegliano, Barbato ha preso il mio scout per sincronizzarlo con il video e per correggere i possibili errori. Io naturalmente ero un po' agitato in quanto si trattava della mia prima volta: non potete immaginare che soddisfazione è stato ricevere un messaggio di Tommy che diceva che il mio scout era fatto molto bene e che c'erano pochi errori! E se non bastasse, il giorno dopo ho ricevuto anche i complimenti di Paolo, i più belli proprio perché lui è stato uno dei primi scoutmen italiani. La parte che mi piace di più è però lo studio della partita. In questo senso il mio grande maestro è stato Francois Salvagni, l'allenatore di Urbino, che mi ha insegnato molto sugli aspetti più tattici del gioco e soprattutto come gestire l'allenamento: ciò che ho imparato da lui è che allenare non significa solo sapere la tecnica ma anche saper comunicare con le proprie giocatrici, motivarle e soprattutto gratificarle quando si fanno le cose bene. Considero Francois un po' il mio mentore e il mio modello, visto che il mio sogno è diventare primo allenatore. Devo ringraziare lui perché mi ha fatto innamorare sempre di più di questo lavoro, mi ha motivato tantissimo e con lui sono cresciuto tanto anche come uomo; grazie a lui ho imparato tanto, non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello umano e questo mi ha permesso di crescere come uomo e capire i miei errori! Mi ritengo molto fortunato ad aver potuto imparare da professionisti come quelli dello staff della Chateau d'Ax Urbino : se sono arrivato qui è grazie a loro!

Certo, ho ancora tante cose da imparare, ma già prima di diventare scoutman, il ruolo di allenatore mi ha sempre affascinato! Ho iniziato a stare in panchina a 18 anni e durante la prima stagione ad Urbino allenavo una squadra di Under 16 nella provincia di Pesaro: è stato un passo importante per me in quanto, pur trattandosi di un settore giovanile, mettevo in pratica quello che vedevo fare in palestra con la prima squadra, cercando di applicare quello che mi insegnavano Francois e Simone Mencaccini, preparatore atletico e mio compagno di stanza durante le trasferte. La strada comunque è molto lunga e penso che in questo campo, come nella vita, non si debba mai smettere di imparare e di studiare. Bisogna essere curiosi e, anche se ci sono corsi per diventare allenatori, la vera formazione avviene sul campo, imparando e osservando. E questo spirito a me non manca di certo! Per esempio, durante i time out, andavo spesso ad ascoltare le parole di Salvagni o, durante i camp estivi non mi perdevo una parola delle spiegazioni di Barbolini o degli allenatori ospiti. Adesso che sono a Baku, inoltre quando ho dei giorni liberi mi piace andare ad osservare gli allenamenti di altri allenatori, come quelli di Emanuele Sbano dell'Igtisadci Baku o di Marcello Abbondanza alla guida della nazionale bulgara. Non fraintendetemi: non mi sento assolutamente arrivato, anzi, con questo nuovo incarico la mia voglia di migliorare e di imparare è anche maggiore. Per esempio, ogni volta cerco di scoprire le nuove potenzialità dei vari programmi di scouting che, oltre ad essere utile per studiare le avversarie, sono importanti anche per lavorare con le proprie giocatrici e correggere gli errori.

Dopo infatti due anni nella massima serie italiana, con una Cev vinta e due stagioni molto positive, mi è stata offerta la possibilità di lavorare al Voleybol Klubu Bakı, una società dell' Azerbaijan nata appena lo scorso anno ma con grandi obiettivi per il futuro: quest'anno vogliamo infatti vincere la Challenge Cup e nei prossimi tre anni l'obiettivo è quello di crescere per arrivare a giocarsi la Champion League. Io sono qui per fare il secondo allenatore di Angelo Vercesi e lo scoutman. In Azerbaijan, infatti, la pallavolo è ancora agli albori e mancano delle figure professionali per ricoprire i ruoli di scoutmen, preparatori atletici e di tecnici. Per questo, la pallavolo azera è formata da squadre dove militano per lo più giocatrici straniere e staff straniero: italiani, serbi, russi, turchi. Ci sono sono due o tre giocatrici locali per squadra tranne nelle seconde squadre del Lokomotiv Baku e del Azərreyl Baki dove invece le atlete sono tutte del posto. L' Azerbaijan è un paese in forte crescita economica e quindi stanno crescendo e investendo molto anche in ambito sportivo: vogliono primeggiare nella pallavolo e si vede anche nelle squadre che hanno allestito quest'anno. A livello societario e dell'organizzazione si stanno evolvendo e siamo noi in prima persona ad aiutarli, portando la nostra esperienza e dando loro suggerimenti su come allestire per esempio una palestra o sul materiale necessario.

Per questo mi sento investito di una grande responsabilità, non solo per il ruolo di secondo allenatore, ma anche per quella di “modello”. I nostri assistenti, infatti, ogni volta che vedono me e Angelo al lavoro nei nostri rispettivi ruoli stanno molto attenti e sono entusiasti di imparare: loro contano molto su di me affinché gli insegni i trucchi del mestiere. Nel giro di un'estate, mi sono così visto catapultato da una situazione nella quale ero io ad imparare, ad una nella quale sono io invece a dare dei consigli. Inoltre, qui a Baku sono il “braccio destro” di Angelo, un ruolo molto importante in quanto devo aiutarlo negli allenamenti e nella gestione della squadra. Spesso, infatti, mi ritrovo con la mia palestra e il mio gruppo da gestire: un impegno davvero grande che all'inizio mi spaventava anche un po'. Ogni mio errore qui ricade solo sulle mie spalle! Poi il nostro lavoro al momento è anche più difficile in quanto il campionato azero non è ancora iniziato e non sappiamo ancora quando lo farà: è difficile allenare le proprie ragazze senza degli obiettivi a breve scadenza. Infatti, alla massima serie azera partecipano solo sette squadre ed è quindi una stagione breve.

Come sono finito a Baku? Stento anche io a crederci. Un giorno mi è arrivata una chiamata da parte di Angelo Vercesi che mi chiedeva di affiancarlo alla guida di questa squadra: per me è stata una grande sorpresa! Con la Cev ad Urbino avevo iniziato a girare l'Europa e quindi l'idea di poter lavorare un giorno all'estero era attraente. Io mi ripetevo che un giorno, forse tra vent'anni, se sarei stato bravo avrei lavorato all'estero. Questa possibilità è arrivata invece subito! Io sarei rimasto molto volentieri ad Urbino in una società che considero come una seconda famiglia, ma quando si presenta una possibilità del genere non puoi dire di no: sono treni che passando una sola volta e sono delle grandi possibilità di crescita umana e lavorativa. Inoltre, l'idea di poter lavorare a fianco di Vercesi mi è stato di grande stimolo: Angelo ha vinto tanto con la Scavolini Pesaro e sono consapevole che posso imparare tanto da lui. Inoltre, affiancandolo in palestra, ho anche la possibilità di studiare uno stile dall'allenamento assai diverso da quello italiano. All'inizio, lo ammetto, avevo tanti dubbi dovuti anche ai miei impegni universitari. Le prime persone a cui ho chiesto consiglio sono state Salvagni e Roberto Milocco, ex General Manager di Villa Cortese e direttore del Camp al quale mi trovavo il giorno della fatidica chiamata. Entrambi mi hanno consigliato di prendere l'occasione al volo ed è ciò che ho fatto. Seguo la pallavolo da quando avevo sei anni, e da essere un assistente ad Urbino a fare il secondo in un'altra realtà anche con un contratto molto buono economicamente, è un salto che può fare tremare le gambe. Eh sì, l'idea di allontanarmi così tanto da casa un po' mi intimoriva, anche per il fatto che non sapessi parlare inglese. I primi mesi si sono rivelati infatti difficili: Urbino era una seconda casa per me, mentre qui mi sono ritrovato solo, in una città che non conoscevo ed immerso in un contesto culturale molto diverso da quello italiano.

Baku è una città multiculturale e in costante crescita: ci sono, infatti, tante aziende italiane che stanno investendo nelle costruzioni e tanti russi che gestiscono gli affari. Inoltre, a differenza dell'Italia dove la religione sembra aver perso la sua importanza soprattutto tra i giovani, qui in Azerbaijan questi valori rivestono un ruolo cruciale. Nonostante un primo momento di iniziale smarrimento, adesso mi trovo benissimo. In città ci sono molti italiani e quindi ciò significa che ci sono anche molti ristoranti italiani, un fattore da non sottovalutare per un amante della cucina come me. Poi all'interno della squadra ho legato molto con Angelo Vercesi e con tutto lo staff: passiamo molto tempo insieme all'intera squadra anche perché qui a Baku le palestre sono private e all'interno c'è un ristorante dove atlete e staff mangiano insieme sia a pranzo che a cena. Questo aiuta sicuramente la socializzazione e soprattutto a creare coesione all'interno del gruppo. Inoltre, nella società sono davvero tutti molto disponibili affinché io e Angelo possiamo lavorare al meglio. Per esempio, prima del mio arrivo avevo mandato una lista di tutte le cose di cui avevo bisogno per svolgere il mio lavoro da scoutman: al mio arrivo tutto quello che avevo richiesto era pronto. Ho scoperto che comunque tutto il popolo azero è molto buono e molto aperto verso noi stranieri. Personalmente ho legato con molte persone del luogo e soprattutto con il nostro autista: qui, come tutto il resto dello staff, non ho la macchina e quindi ho un autista privato che mi porta al palazzetto. Cerco di non “sfruttarlo” al di fuori degli impegni pallavolistici, ma lui mi accontenta in tutto e per tutto e cerca sempre di farmi sentire a casa.

Certo, un po' di nostalgia dell'Italia ce l'ho. Quello che mi manca di più è fare colazione al bar vicino a casa mentre leggo la Gazzetta dello Sport ; mi mancano i miei amici, il mio compagno di infanzia Luca Nico, anche lui allenatore, Michele Grassi, ex fisioterapista di Urbino, e soprattutto Giulia Leonardi, a cui tengo davvero tanto e che mi è stata vicino anche nei momenti difficili: quando mi ha mandato il messaggio dicendomi della convocazione in nazionale avrei voluto essere lì con lei a festeggiare! Se sono riuscito a sopravvivere però, lo devo anche a miei genitori, che mi hanno lasciato partire da solo all'età di tredici anni per recarmi da Gioia del Colle a Taormina in Sicilia per prendere parte ad un camp estivo che mi avrebbe cambiato poi la vita. È stato infatti proprio al Volley Jam Camp che ho conosciuto Salvagni ed è stato durante una nostra chiaccherata a tavola che è nato l'invito ad andarlo a trovare ad Urbino ad uno degli allenamenti della prima squadra. Io ero onoratissimo di quella proposta in quanto avrei potuto assistere a degli allenamenti di veri professionisti. All'epoca abitavo a Pesaro e studiavo scienze motorie nella città ducale. Il primo giorno libero che ho avuto sono andato in palestra. Ricordo che era agosto, in piena pre-season e delle atlete c'erano solo Giulia Leonardi, Marta Galeotti e Marianna Masoni. Dopo i primi saluti, Francois mi ha messo subito in campo a passare i palloni e a fare le battute: peccato che fossi in jeans corti e maglietta. Mancavano solo le ciabatte! Così, per puro caso, ho iniziato la preparazione con loro, aiutando in palestra ma senza avere un ruolo specifico nella società. Una settimana prima del campionato mi hanno detto che avrei fatto parte dello staff nella prima di campionato contro Novara. Quando, alla presentazione della squadra, hanno detto “Fabio Tisci, assistente allenatore” è stata una grande emozione. Per me è stata infatti la realizzazione di un sogno che avevo sin da piccolo: giocare in serie A, un sogno che tutti i bambini hanno quando iniziano a giocare e che nel mio caso, si è realizzato seguendo una strada un po' inusuale. La mia altezza, infatti, non mi ha mai permesso di arrivare al di là della serie C: fare lo scoutman è stata quindi la mia strada verso la realizzazione di quel sogno, un modo per raggiungere quei giocatori che da piccolo seguivo anche in trasferta e che mi fermavo ad ammirare dopo gli allenamenti, un mestiere che mi ha regalato tante emozioni e che continua a darmene ogni giorni di più.

L'articolo originale è pubblicato sul numero di novembre 2011 di Pallavoliamo

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