venerdì 17 settembre 2010

Lettera a Francesca Ferretti

Cara Francy,

ricordo ancora quando a undici anni hai detto addio alla ginnastica ritmica per dedicarti alla pallavolo: stavi crescendo tanto ed eri diventata troppo alta per quello sport. Ti portai allora nella palestra di Augusto Sazzi e da lì iniziò la tua scalata nel mondo della pallavolo: ti ho sempre appoggiato in questa tua scelta anche perché già da quei primi palleggi si vedeva che avresti potuto arrivare in alto. All’inizio era tuo padre che ti seguiva nei vari spostamenti per farti visionare dato che anche lui era un allenatore. Ma quando hai iniziato a fare i primi tornei e le prime partite, io ci sono sempre stata, anche se a volte mi dovevo dividere con le partite di tuo fratello maggiore. Anche lui giocava a pallavolo, ma tu sin da piccola hai sempre avuto una marcia in più! Ti ricordi quando ho lasciato te e tuo fratello in casa da soli, tu l’hai scambiato per la rete da pallavolo e l’hai preso a pallate facendolo sanguinare? Tutti me lo dicevano che avresti fatto grandi cose nella pallavolo e per noi è stato quindi importante assecondarti il più possibile in questo tuo cammino.

Anche nello studio. Alla geometria e alla matematica hai sempre preferito gli schemi di gioco e la palestra, ma te la sei sempre cavata anche quando hai dovuto cambiare quattro scuole pur di inseguire il tuo sogno. Io ci tenevo davvero che tu prendessi il diploma, più che altro per un tuo bagaglio personale e per questo sono molto soddisfatta dei risultati che sei riuscita ad ottenere. I primi due anni li hai fatti mentre giocavi per il Club Italia: non puoi immaginare quanto sia stato difficile vederti partire per quella nuova avventura, dato che sapevo che non ti avrei rivista per tantissimo tempo. Fino ad allora, infatti, anche se eri lontano da casa, ogni tanto tornavi. La prima volta che sei partita è stato però per Reggio Calabria. Mi ricordo che quando è arrivata la chiamata eravamo tutti insieme al mare a Porto San Giorgio. Tu non avevi preso mai l’aereo e non ti eri mai allontanata da noi. Siamo corsi a casa a preparare le valigie e ti abbiamo accompagnata all’aeroporto. Vederti partire è stata davvero dura anche perché avevi solo 15 anni. In quell’occasione ne ho versate di lacrime!

Così è iniziata la tua carriera, e in questi dieci anni di momenti da ricordare ce ne sono davvero tanti. Il ricordo al quale sono più legata è quello delle Olimpiadi di Atene, anche perché io ero lì con te. Credimi, vedere la propria figlia a 19 anni entrare in campo con la maglia della nazionale, sulle note dell’inno di Mameli e con tutta la solennità dell’evento, è un’emozione unica. Ancora oggi, al solo pensiero mi viene la pelle d’oca. Ma Atene non e l’unico ricordo che ho detta tua bellissima carriera. Per esempio ho ancora vivida la felicità nei tuoi occhi quando hai ricevuto la chiamata da Pesaro. Venivi da un periodo davvero difficile subito dopo l’infortunio e, come te, anche io avevo tante paure: saresti riuscita a ritornare ai grandi livelli? Quell’infortunio avrebbe messo la parola fine alla tua carriera? E poi c’era stata una stagione non troppo esaltante a Torino. In quell’occasione erano piovute su di te tante critiche. Non puoi immaginare come quegli attacchi abbiano ferito anche a me. Quando il telefono ha squillato e Pesaro ha ti ha offerto di vestire la maglia della Scavolini, ho visto i tuoi occhi riempirsi di nuova gioia. Quel momento mi rimarrà sempre nel cuore, anche perché dimostra come la vita qualche volta può darti una seconda possibilità.

L’infortunio! Eh sì, quello è stato sicuramente il momento più brutto e più difficile della tua carriera, ma anche per me lo è stato dato che ti vedevo soffrire e ho vissuto con te i pianti e i timori. Io cercavo di sdrammatizzare e di starti accanto il più possibile. Quei momenti ci hanno sicuramente unito, ma non sempre il nostro rapporto è stato facile. Io e te siamo uguali in molti aspetti del carattere: entrambe siamo orgogliose e un po’ permalose e per questo ogni tanto era facile scontrarsi. Le nostre conflittualità, però, si sono risolte quando ti sei allontanata da casa. La lontananza ci ha avvicinato, forse perché quelle piccole rivalità che esistono in tutti i rapporti madre-figlia in questo modo sono venute a mancare. Ora accetti meglio anche i miei consigli: una volta avresti risposto con un secco “ma che borsa”.

È vero, io ogni tanto qualche critica te la faccio. All’inizio spesso ti dicevo le cose che non andavano subito dopo una partita e, lo ammetto, qualche volta è stato un errore; ma ora tu accetti le mie osservazioni e spesso ne parliamo il giorno dopo. Lo sai, io sono sempre un po’ critica e se in una partita non hai giocato secondo le tue possibilità, io te lo dico apertamente. Ma non posso nasconderlo: io sono la tua tifosa numero uno…anzi la numero due, perché tuo padre è il tuo fan più accanito. Ma sai anche che prima di ogni partita io sarò lì per il nostro abbraccio scaramantico o per inviarti un messaggino pieno di “tvb” per dirti “in bocca al lupo”. Guai a dimenticarsene! Ti ricordi quando sei tornata su di corsa una volta che non ci eravamo salutate con il nostro abbraccio? Se non sbaglio era prima di una delle ultime partite della scorsa stagione e io quando sei uscita non ti ho visto. Dopo nemmeno dieci minuti hai suonato il campanello e sei corsa su per abbracciarmi e per sentirti dire in bocca al lupo all’orecchio. E devo dire che fino ad ora ha funzionato veramente!

Sei di una umanità infinita, un pregio che non sempre riesci a mostrare perché spesso cerchi di nascondere le tue emozioni, sia quelle belle che quelle brutte. Per questo qualche volta puoi sembrare un po’ distante dalle cose. Ma io so che non è assolutamente così: semplicemente ci metti un po’ di più ad entrare e a fare entrare le persone nel tuo cuore, ma quando qualcuno ti conosce scoprirà che sei una persona davvero speciale e molto sensibile.

Per questo io ti auguro, come è successo per Pesaro, che nella tua vita ci siano tante altre seconde possibilità!

La tua mamma Silvana

Articolo pubblicato sul numero di settembre 2010 di Pallavoliamo @http://www.pallavoliamo.it/publishedpage.aspx?issueid=cafc8d66-6fac-49f2-b467-fb04f6521c7d&pageid=390cd5d3-4e5d-41cc-935f-3636117ce9b2

mercoledì 15 settembre 2010

Interview to Katelyn Murray

Rookie of the week in December 2005; 3rd among the Atlantic-10 rookies in scoring; 1st with 35 three-pointers; 33 steals and 7.4 points per game average. These are only a few numbers that branded Katelyn Murray’s performance in the last basketball season.

Katelyn arrived at Saint Bonaventure University one year ago after playing for the Trinity basketball team in her high school years. At this time already, Katelyn showed that she had the skills and talent to play important matches and in higher leagues: the nomination to the All-State first team in Class AA for 2004-05 by the Pennsylvania Interscholastic Athletic Association is a concrete example of her potential.

Statistics speak clear: Katelyn Murray is one of those players that you had better observe carefully.

However, beyond these numbers, there is something more about this 19-year-old player from Harrisburg (PA). And this something is her passion.

First of all, a great passion for this sport: how she spent the last summer clearly stresses her commitment to basketball. In fact, during the off-season, she pointed out that she couldn’t stay away from basketball. Thus, instead of taking some days off, as recommended by her coach (“I did once or twice but I simply can’t,” she commented), she took part in the Empire State Games with her teammate Erica Schiefen and under the directions of her Saint-Bonaventure coach, Jim Crowley. “We are all very dedicated people. We love playing,” she underlined.

Secondly, Katelyn is also a “passionate person”, as she describes herself. Before each match she usually spends some time alone, focusing on her breath: “I try to get motivated as much as possible [...] I try to clear my mind from everything that goes on in the day and focus on the game,” she said.

You couldn’t expect anything different from someone who considers Larry Bird as her model: hard work and a passionate behavior.

This passion for the basketball has been running through Katelyn’s veins since her birth. In fact, both her mother and father were basketball players, in Franklin and Marshal College respectively. As Katelyn suggested, her parents had a central role in her development as an athlete, setting an example for her to follow. In fact, they helped her to push herself harder and harder throughout her career and to develop her commitment to basketball. That is also why she ended with playing basketball after trying other different sports.

Moreover, this passion and enthusiasm are two extremely important qualities in a guard. In a team, in fact, the guard is the player who usually orchestrates the game by knowing perfectly the attitudes and movements of each teammate. As a consequence, during this pre-season, Katelyn spent long time studying the team’s dynamics and focusing on how all the other players move on the court.

Beyond this role as a pilot member, Katelyn is also aware of her role as a shooter: during the off-season she practiced her shooting skills in order to match - or even surpass - last year’s results.

Katelyn also pointed out that this year trainings were more focused on each girl’s necessity. In fact often, before or after the practice, the coach met each player for an individual session in order to reinforce all the different things that need to be improved. Katelyn said how these individual sessions helped her to better some aspects of her game.

Moreover, with a year more on her shoulders, Katelyn feels that her game and skills have undoubtedly improved. This is also the result of a more focused training with her coach that helped her to become much more confident.

Not only does this feeling concern Katelyn, but she also feels that the whole team has been strengthened with confidence from last season: “last year we were still younger and we were still new to the program” she explained. Furthermore, along with experience, the team has also gained a stronger leadership beside a cohesive and very close group of players: “we long well in and out the court. It is a lot of fun playing with them”.

The matches schedule is ready. Katelyn is ready. After long weeks of trainings, now it is the time for the parquet to speak. Now it is the time for Katelyn to show once more that she is the guard her team needs to win.

The original article is published on the sport section of the Bonaventure, November 2006

Intervista a Julieta Lazcano e Carla Castiglione

Entrambe del 1989; entrambe provengono dalla lontana Argentina; entrambe giocano nella Scavolini Volley sotto l’attenta guida di Zè Roberto. Le due giocatrici in questione rispondono al nome di Carla Castiglione e Julieta Lazcano e da un anno sono a Pesaro per la loro “avventura italiana”. Ma cosa si prova, ad una età così giovane, giocare in una delle squadre più forti del campionato e stare così lontano da casa? Il numero 9 e il numero 15 delle Colibrì hanno risposto alle nostre domande parlando del loro passato, del loro futuro,dei loro obiettivi pallavolistici e dei loro sogni nel cassetto.

Dopo un anno passato a Pesaro, le due ragazze si sono inserite benissimo nella nuova cultura e nella nuova città. Anche se non mancano le differenze con la loro patria. Pesaro mi piace moltissimo e mi trovo molto bene anche se all’inizio è stato un po’ difficile dato che venivo da Buenos Aires, una città molto più grande di Pesaro e che offre molto di più” ha detto Carla. Per Julieta, Pesaro sta addirittura diventando una seconda casa: Qui a Pesaro mi trovo molto bene e sta diventando una seconda casa per me. Ho iniziato a conoscere nuove persone, a frequentare di più la città e devo dire che è molto simile a Córdoba Capital, la città nella quale sono cresciuta. Certo, lì non c’era il mare, ma per esempio come a Pesaro abbiamo delle montagne molto belle.” “Poi Pesaro è una città molto tranquilla dove una ragazza come me può girare senza paura; sfortunatamente invece in Argentina, nel mio paese, non potevo avere una libertà del genere dato che era molto facile essere derubati per strada”, ha concluso.

L’aver lasciato la propria terra e la propria famiglia per gettarsi in questa nuova avventura italiana non è stata traumatica anche se non sempre facile, hanno detto le due giocatrici. Infatti, Carla ci racconta come già a 14 anni avesse iniziato a vivere da sola: Ho lasciato la mia città quando ero davvero piccola e ho iniziato a giocare in nazionale a 14 anni. Quindi, diciamo che sono abituata a stare lontano dai miei e che non mi pesa più di tanto non vederli per molto tempo. Non è una situazione troppo “triste” e poi riesco a stare in contatto con amici e parenti grazie ad internet”. Julieta si sofferma invece sulla differenza tra il primo e il secondo anno qui a Pesaro: “ quando sono arrivata lo scorso anno, il campionato era già iniziato e quindi non ho avuto il tempo di realizzare il distacco dalla mia terra e dalla mia famiglia. Non è stata quindi una separazione troppo dura. Quest’anno invece è molto diverso, perché starò qui tutto l’anno e per tutto il campionato. Anche se l’Italia e l’Argentina sono molto simili nella cultura e nel cibo, questa a Pesaro per me è un’altra vita anche a livello pallavolistico e non è sempre facile. Ma nella pallavolo, per ottenere dei risultati e per migliorare, si devono fare dei sacrifici e bisogna rinunciare a delle cose. Comunque, separarmi dalla mia famiglia e dalla mia terra non è stato troppo doloroso.”

Il distacco poi è stato reso meno triste anche dalla presenza in squadra di altre giocatrici argentine del calibro di Carolina Costagrande e Natalia Brussa. Il rapporto delle “baby” con le loro compagne di squadra è molto buono e soprattutto molto produttivo: “Per me è un onore poter giocare con giocatrici così forti. Spesso loro in allenamento mi chiedono di più rispetto alle altre, e questo è bellissimo per me perché mi spinge a migliorare” ha spiegato Carla. “Mi trovo molto bene anche io con le mie compagne di squadra, soprattutto perché so di stare con giocatrici professioniste che ogni giorno mi sanno aiutare e dire cosa devo fare. Sono contenta di poter ricevere aiuto da giocatrici così brave e con tanta esperienza” ha detto Julieta.

Le due ragazze, che si allenano spesso anche con la serie C della Scavolini Volley e che fanno degli allenamenti più mirati a migliorare la tecnica, non hanno avuto ancora molto spazio in campionato. Come affrontano questa situazione? “Naturalmente è una situazione che “mi sta un po’ stretta” dato che la pallavolo è la mia passione e quindi vorrei giocare il più possibile” - ha confessato Carla - “Ma era una questione che avevo già chiarito al momento dell’ingaggio con il mio procuratore: sapevo che non avrei giocato molto, ma sto imparando e sono consapevole che il futuro dipende da me”. Anche Julieta ammette di voler scendere in campo ma allo stesso tempo di accettare il ruolo in panchina: “Sinceramente non è la situazione migliore per me, ma era una cosa chiara sin dall’inizio che sarei venuta a Pesaro principalmente per allenarmi. A livello tecnico ho ancora molto da fare però qui a Pesaro abbiamo Zè Roberto che è il miglior allenatore in circolazione. So che devo avere pazienza perché le occasioni nel futuro arriveranno anche di giocare titolare. Per il momento l’importante è imparare per poi riuscire a diventare una titolare a tutti gli effetti”.

E anche se le cose ancora da migliorare sono tante, sia Carla che Julieta stanno crescendo: e il merito va anche alle loro compagne. “Dal punto di vista tecnico sto migliorando tantissimo, anche perché sto apprendendo davvero molto dalle mie compagne di squadra” – ha spiegato Julieta – “Sono davvero brave sia dentro che fuori il campo ed è importante avere dei punti di riferimento così positivi per una persona giovane come me. Io voglio diventare una titolare e quindi devo stare attenta a quello che fanno non solo a livello pallavolistico ma anche a livello più generale. Non so quando tempo servirà per realizzare il mio sogno, ma al momento è importante poter apprendere dalle altre”.

Il presente di entrambe le giocatrici si sta svolgendo a Pesaro in casa Scavolini; per quel che riguarda il futuro, entrambe vorrebbero che continuasse qui in Italia, magari ancora con la casacca bianco-rossa della Scavolini. “Per il mio futuro mi piacerebbe continuare a giocare qui in Italia, che ha uno dei campionati più belli e più forti d’Europa. Sul tornare o no in Argentina per il momento no anche perché nel mio paese ci sono dei grandi problemi economici e politici” – ha detto Carla – “E se dovessi giocare in un’altra società diversa dalla Scavolini, voglio che sia una società seria come quella di Pesaro. Qui, infatti, tutti si impegnano a mantenere le promesse prese ad inizio anno e questo è un valore molto importante che però non si trova ovunque” ha concluso il numero 9 bianco-rosso.

Anche Julieta manifesta il suo attaccamento a Pesaro e alla società: Anche io vorrei rimanere qui in Italia o più in generale in Europa. Prima o poi tornerò anche in Argentina perché le mie radici sono lì, ma per il momento il mio obiettivo è quello di giocare qui in Italia e tornerò nel mio paese solo quando avrò terminato questo mio progetto. In questo momento mi piacerebbe cambiare squadra solo per avere maggiore esperienza ed imparare di più per poi un giorno tornare nella Scavolini Pesaro e giocare come titolare e mettere in pratica tutto quello che ho imparato. In questa società ho incontrato delle persone molto serie con cui mi trovo molto bene e quindi vorrei tornare per dare un contributo concreto a questa società che mi sta dando tanto”.

Ma cosa sognano per il loro futuro le due “piccole” di casa Scavolini? “Ovviamente giocare titolare in A1 e vincere uno scudetto” – ha risposto Carla – “In realtà con la Scavolini ne ho già vinto uno ma vorrei vincerlo stando in campo. Oltre a voler essere una brava giocatrice vorrei anche essere una brava persona fuori dal campo. Mi piacerebbe essere un modello per le giocatrici più giovani, come per noi lo è per esempio Carolina (Costagrande ndr)”. Julieta sogna invece un futuro proprio qui nella città che la sta vedendo crescere pallavolisticamente: “Il mio primo desiderio è poter tornare qui a Pesaro ed essere una titolare nella Scavolini. Poi vorrei crescere come persona anche fuori dal campo e un giorno mettere su una famiglia e poter continuare con il volley. Infatti, come ho detto prima, per la pallavolo bisogna fare tanti sacrifici e a me piacerebbe poter avere entrambe le cose: una famiglia e una carriera come atleta di pallavolo”.

Intervista a Martina Guiggi-novembre 2009

I tabellini parlano chiaro: il capitano delle Colibrì è tornato. Contro Busto ha dimostrato di saper trascinare le sue compagne nei momenti più difficili e le sue fast sono tornate più veloci e micidiali che mai contro Perugia e contro Novara. Un ritorno sofferto e tanto atteso quello di Martina Guiggi, che in questo inizio di stagione ha dovuto lottare con un infortunio che sembrava non volesse darle tregua. “Ho passato dei momenti davvero difficili in questo inizio di stagione a causa dell’infortunio e ho dovuto avere tanta pazienza .Infatti, anche se non avevo subito un vero e proprio intervento, i tempi e il recupero sono stati quelli di un’operazione. Ci sono stati dei momenti in cui non credevo di potercela fare, anche perché i risultati in campo non si sono visti subito e faticavo a ritrovare il mio gioco. Inoltre, è stato davvero duro riuscire a gestire questo lungo periodo di riabilitazione. Ho dovuto imparare a gestire le mie forze, soprattutto in allenamento dove spesso volevo giocare a tutta forza e accelerare i ritmi”. L’infortunio ha inoltre impedito a Martina di vestire la maglia della nazionale nella Grand Champion Cup in Giappone, un’altra rinuncia che ha pesato molto su Martina, soprattutto a livello morale: “Ho dovuto dire no alla nazionale due settimane prima della partenza per il Giappone. Rinunciare è stato davvero doloroso perché giocare in nazionale vuol dire allenarsi duramente per tutta l’estate. Il campionato è la parte più bella dove finalmente si possono vedere i frutti del proprio lavoro. Inoltre sapevamo di avere una squadra forte e quindi di avere delle buone possibilità di vittoria, come poi è stato. Io ho seguito tutta la competizione in studio e nei programmi televisivi e quindi ho sofferto anche di più perché volevo essere lì”. Ma il sorriso sul volto di Martina, dopo tanti mesi bui, è finalmente tornato: “ora sto meglio, e settimana dopo settimana, partita dopo partita sto ritrovando il mio gioco”. Oltre che al suo gioco, fatto di fast e muri infrangibili, Martina ha ritrovato anche il suo spirito combattivo, quello che si addice ad un capitano di una squadra. Un ruolo importante, fuori e dentro il campo; un ruolo che fa di Martina un punto di riferimento per tutte le altre compagne, soprattutto per quelle nuove e più giovani. “In realtà siamo un gruppo in cui si parla tantissimo, e quindi le nuove giocatrici possono contare un po’ su tutte. Diciamo che il mio ruolo, come quello delle “veterane” inizia prima di tutto a livello tecnico, dato che sicuramente ormai abbiamo più esperienza a riguardo. Poi, quando si è guadagnata la fiducia in campo, è più facile aiutare le altre anche a livello più personale diventando un punto di riferimento quando ce n’è bisogno”.

Ma la nuova stagione, oltre che delle nuove compagne di squadra ha portato anche ad un nuovo allenatore, Angelo Vercesi, che anche se brasiliano come Zè, ha sicuramente una filosofia di gioco un po’ diversa: negli ultimi match si sono visti infatti incroci e soluzioni mai visti prima in casa Scavolini. Schemi nuovi che ancora hanno bisogno di essere oliati ma che stanno dando i loro primi frutti: “Quest’anno ci sono molti più incroci e il gioco è molto più veloce. Angelo vorrebbe che la palla viaggiasse il triplo di quello che fa normalmente e questo rispecchia moltissimo la sua filosofia di gioco che si avvicina a quella della pallavolo maschile dove non ci sono palle alte e lente. Naturalmente gli schemi alcune volte non riescono perché non è sempre facile giocare su quei ritmi tutta la partita. Ma questo gioco sta dando anche i suoi frutti e noi stiamo lavorando sodo per metterli in pratica”. Gli infortuni di Martina e di altre giocatrici hanno creato però non pochi problemi ad Angelo e ai suoi nuovi schemi. Con la squadra a metà, infatti non è mai stato possibile lavorare a pieno ritmo e le due sconfitte alquanto inaspettate contro Piacenza e Conegliano ne sono state una prova. Ma il vero banco di prova per Martina e le sue compagne inizierà da questa settimana. Quelli contro Villa Cortese, Bergamo e Jesi sono infatti i tre match che attribuiranno le prime posizioni della classifica della Findomestic Cup. “Contro Jesi abbiamo già giocato molte amichevoli e quindi è una squadra che conosciamo bene. Il loro gioco è più lento rispetto al nostro, dato che giocano con la palla più alta soprattutto in banda con Rinieri. Fino ad ora la Monteschiavo non ha commesso passi falsi, come è invece capitato alle formazioni di vertice e quindi sarà un match davvero difficile. Villa Cortese invece è una formazione al suo debutto assoluto, e sta giocando molto bene. Ha una formazione fatta di grandi nomi, uno su tutti Tai Aguero. Tai è una giocatrice che esce molto nelle partite importanti e quindi sicuramente sarà lei la giocatrice che dovremmo tenere maggiormente d’occhio”. Tre partite davvero impegnative per la Scavolini, senza contare il debutto casalingo in Champion League il giovedì sera. Ma ora che il capitano è tornato, la Scavolini Pesaro ha davvero tutte le potenzialità di ripetere i grandi risultati delle due passate stagioni.

Intervista a Davide Mazzanti-dicembre 2008

Il big match della stagione è finalmente alle porte: le prime in classifica, Pesaro e Bergamo, si incontrano in quella che è una sorta di rivincita della Super Coppa. Per capire come le avversarie di Pesaro si preparano alla partita, abbiamo intervistato il secondo allenatore della Foppapedretti, Davide Mazzanti, che, marchigiano di nascita, vive la sfida contro Pesaro come una specie di derby.

Sia Bergamo che Pesaro sono prime in classifica a quota 28.Quanto è importante questa partita in questo momento della stagione?

Questa partita è importante per misurare, come diciamo noi “la febbre”. Al momento stiamo giocando bene anche se non siamo ancora “in palla”. Giocare contro Pesaro sicuramente ci aiuterà a vedere quanto siamo cresciuti. Siamo “vogliosi” di vedere quanto siamo migliorati e a che punto siamo.

Come vi siete preparati per questa partita?

Nessun allenamento speciale. Ci siamo preparati come per le altre partite facendo le solite cose ma con un gusto diverso. La preparazione è la stessa ma certamente il clima con il quale abbiamo fatto questa preparazione è stato diverso.

Quali sono i punti forti della Scavolini?Quali le giocatrici da tenere d’occhio?

Dall’anno scorso hanno acquisito maggior sicurezza come squadra, anche se hanno perso qualcosa sui fondamentali nei quali l’anno scorso erano praticamente le migliori, cioè le difese e il muro. Il punto di forza della squadra è sicuramente la Costragrande, l’unica giocatrice ad aver mantenuto lo standard di gioco dello scorso campionato. Le nuove arrivate ancora hanno qualche problema, ma la Costagrande è rimasta la grandissima giocatrice dello scorso anno e tutta la squadra ruota intorno a lei.

Quali invece i punti deboli sui quali dovrete far pressione?

Noi dovremo solo fare il nostro gioco e mantenere elevato il nostro cambio palla. Il nostro principale obiettivo sarà quello di essere il più tattici possibili nei break point. Certo, tutto questo nasce da una buona difesa e quindi dovremo stare molto attenti in questo fondamentale. Per il resto la partita si giocherà punto su punto.

Come è cambiata Bergamo dalla partita in Supercoppa?

La nostra squadra è cambiata molto da quella partita. È rientrata la Del Core che per noi è una pedina fondamentale e la giocatrice che ci da più equilibrio nei vari fondamentali. Poi l’Ortolani che aveva disputato una gara non proprio positiva è cresciuta moltissimo e inizia a fare la differenza in campo. Infine, la nostra alzatrice, ha iniziato a trovare il giusto ritmo con il nostro attacco e a bilanciare bene i palloni per i centrali e le schiacciatrici. Tuttavia, il sestetto che noi vogliamo ha avuto poche possibilità per giocare insieme: una volta è mancata la Del Core, poi la Piccinini e così via. Hanno giocato davvero poco insieme.

Quali sono i punti forti della vostra squadra?

Certamente l’attacco, abbiamo percentuali davvero molto alte e grazie alla Del Core siamo cresciuti anche nella fase di muro.

E per concludere, un pronostico sul match dei match:

Dato che l’altra volta nel derby contro Jesi ha portato bene, dico anche questa volta che vinciamo noi. Dico derby perché sia io che Micelli siamo marchigiani, e quindi giocare contro Pesaro è per noi un secondo derby. Dico che vinciamo solo perché l’altra volta ha portato fortuna...perchè in realtà sarà una partita difficile.

Intervista a Francesca Ferretti-febbraio 2009

È la regista della squadra; è il numero 10; schiaccia, mura e palleggia come non poche in tutta la lega: è Francesca Ferretti, l’ “angelo biondo” della Scavolini Volley. L'atleta di Reggio Emilia, classe 1984, ha trovato la consacrazione proprio a Pesaro nel 2007 e oggi è considerata una delle migliori palleggiatrici in Italia. La scorsa settimana Francesca ha rinnovato il contratto con la Scavolini Volley e ha portato Pesaro a conquistare la sua prima Coppa Italia. L'abbiamo incontrata alla fine della gara contro l'agguerritissimo Zarechie Odintsovo per sapere come ha vissuto queste ultime incredibili settimane.

Hai appena firmato un nuovo contratto per tre anni con la Scavolini. Com'è arrivata questa decisione?

Era una decisione che era nell'aria già da qualche tempo. La società mi ha proposto un triennale e io ero contenta di poter rimanere ancora a Pesaro. Poi la scorsa settimana ci siamo incontrati con il mio procuratore e abbiamo reso il tutto effettivo. Io non posso che essere felice di rimanere ancora nella Scavolini. Il fatto che mi abbiano riconfermata dimostra come la società punti moltissimo su di me e come ci tenga. Io qui a Pesaro sto veramente bene e ho trovato la giusta tranquillità che mi permette di giocare bene.

A Pesaro sei letteralmente esplosa dimostrando tutta la tua bravura e tecnica. Cosa hai trovato in questa città e in questa società che ti ha aiutata a crescere così tanto?

La città di Pesaro è molto simile a quella nella quale sono cresciuta (Reggio Emilia, ndr). Poi i pesaresi sono come i romagnoli, sempre molto aperti e solari: mi piacciono molto. Ma la cosa più importante è che noi in squadra siamo molto unite, ci troviamo bene tutte quante e non ci sono "stelle, ma solo tante giocatrici che vogliono fare bene. Quello della Scavolini Volley è un ambiente sereno, il clima giusto per lavorare e per crescere.

Spesso Zè Roberto coglie l'occasione per parlarti durante i time out. Qual è il tuo rapporto con il tecnico brasiliano?

Zè Roberto ha sempre una parola per tutte. Con me ha forse un rapporto più forte perché anche lui era palleggiatore e quindi si riconosce di più nel mio ruolo e può darmi consigli importanti: non sempre in campo ci si accorge di alcuni particolari che invece sono visibili dal di fuori. E Zè è sempre pronto a darmi dei buoni suggerimenti. È un rapporto molto stretto e molto sereno: mai un urlo o uno sfogo nei nostri confronti. Anche questo è importante per creare un clima vincente.

Tra lo scudetto, la super coppa e la coppa Italia appena vinta, qual è stato il trofeo più importante per te?

Certamente lo scudetto, anche perché è arrivato dopo una stagione davvero difficile e pesante: nessuno se lo aspettava. Quando riguardo quelle immagini ancora mi vengono i brividi. La coppa Italia, invece, anche se importantissima, non ce la siamo davvero goduta: tra Champion League e campionato non c'è stato tempo per festeggiare.

Tutti ormai parlano del "grande slam". Tu che cosa ne pensi?

È difficile dirlo. Gli impegni sono tanti e noi siamo umane: la stanchezza e lo stress possono farsi sentire come questa sera. Io, come tutte le mie compagne cerco di non pensarci: quando scendiamo in campo è per vincere la partita senza guardare troppo al risultato finale. Quello che dobbiamo fare è sicuramente giocare senza troppo pressione addosso. Intanto questa partita è andata, e un primo passo l'abbiamo fatto. Domenica giochiamo contro Sassuolo e giovedì il ritorno di Champion in Russia dove è obbligatorio vincere.

Intervista a Natalia Brussa-dicembre 2008

È sempre sorridente; è argentina di Santa Fè e sta vivendo un momento magico sul campo: ecco a voi Natalia Brussa, schiacciatrice classe 1985 al suo secondo anno con le Colibrì.

La Scavolini Pesaro sta vivendo una stagione d’oro: prima in classifica, imbattuta sia in campionato che in Champion League, ottime percentuali in tutti i fondamentali. E tutto questo grazie ad un gruppo di giocatrici e di uno staff tecnico che stanno lavorando sodo e che prendono con serietà tutti gli impegni. E non si tratta solo del sestetto titolare, ma anche delle giocatrici che, dalla panchina, riescono a dare il loro contributo nei momenti in cui questo viene richiesto. Tra queste, Natalia Guadalupe Brussa è sicuramente la giocatrice che in questa prima fase di campionato sta attraversando un momento magico: una buonissima performance in Champion contro le austriache del SVS Post Schwechat, minuti importanti nei big match contro Jesi, Novara e Bergamo. L’abbiamo intervistata per sapere le sue impressioni e per conoscere i sogni nel cassetto del numero 8 di Pesaro per il 2009.

Quest’anno stai entrando sempre più spesso e anche in momenti importanti. Come ci si sente?

Per me è veramente un’emozione grandissima. È un premio per lo sforzo che uno fa ogni giorno in palestra e durante gli allenamenti. Sono molto contenta di poter scendere in campo e ringrazio Zè per la fiducia che mi stando e per questa opportunità. Voglio approfittare di tutto ciò che mi viene offerto e lo faccio con molta tranquillità perché entrare in campo, assieme alle altre, è una situazione di festa. Giocare con loro è davvero bello perché siamo molto unite e ci divertiamo a fare uno sport che noi tutte amiamo.

In cosa sei migliorata dallo scorso anno?

Non te lo saprei dire con esattezza. Io provenivo da Forlì, da una squadra di una lega inferiore, e quindi mi dovevo adattare ai ritmi e al lavoro dell’A1. Non è stato facile soprattutto dopo che per 5 anni ti sei allenata in un certo modo. Poi i brasiliani hanno tutto un modo diverso di allenare: ti insegnano le cose più facili; per loro è tutto facile. I risultati iniziano a vedersi solo quest’anno. Certamente rispetto allo scorso campionato sono più serena e ciò è stato possibile grazie ad un insieme di cose: sono cresciuta di testa e di personalità e quindi anche i risultati sono migliorati.

Qual è, secondo te, la chiave di questo miglioramento?

Sicuramente la mia voglia di fare e di imparare assieme all’attenzione a tutte i consigli che mi danno. Loro (Zè Roberto e Vercesi ndr.) sono molto bravi. Non solo lavorano sulla tecnica e sulla tattica ma soprattutto a livello mentale.

In squadra siete molte argentine. Aiuta questo fatto per crescere e restare in sintonia?

Sicuramente questo aiuta tantissimo. Abbiamo creato un gruppo molto unito. Io personalmente sono molto legata a Carolina (Costagrande ndr.), anche lei argentina, e con le due “bambine” (Lazcano e Castiglione ndr.). Carolina è una grande amica e riesce a capirmi anche solo con uno sguardo.

Tra le tue compagne, qual’è la persona a cui fai più riferimento?

Carolina per me è un punto di riferimento sia dentro che fuori dal terreno di gioco. Mi aiuta moltissimo. Tra le altre mie compagne, anche Elke (Wijnhoven ndr.) è una persona che sa trasmettermi molta fiducia. Siamo un gruppo molto affiatato nel quale io sto davvero bene e dove ci si allena sempre con il sorriso. Questo è davvero importante per me.

Quale è il tuo più grande desiderio per l’anno nuovo da un punto di vista pallavolistico?

Il mio desiderio più grande è poter rivincere un altro scudetto, anche se quest’anno le competizioni a cui prendiamo parte sono tante e tutte davvero importanti. Mi piacerebbe poter vincere anche la Champion League e la Coppa Italia …insomma, nel 2009 mi piacerebbe vincere tutto, ma piano piano. Per me vorrei la stessa tranquillità con la quale sto giocando ora, lo stesso entusiasmo nell’allenarmi e nell’andare in palestra. Mi sto divertendo molto e lo faccio con il sorriso: spero che continui così anche nel 2009.

Prepartita Scavolini-Bergamo

Campionesse d’Italia contro campionesse d’Europa. La Scavolini Pesaro incontra nuovamente sul suo cammino la Foppapedretti Bergamo: una partita che ha il sapore della vendetta per Pesaro; una partita che nessuno vuole perdere; una partita che abbiamo cercato di studiare assieme a Lorenzo Micelli, allenatore della Foppa dalla scorsa stagione e marchigiano doc.

Iniziamo dalla vittoria in Champion League di domenica scorsa, la sesta coppa per Bergamo e la prima per te. Cosa si prova a sollevare il trofeo internazionale più importante?

Naturalmente è stata una grande soddisfazione anche perché questa vittoria è arrivata dopo sei lunghi mesi di lavoro. Fino adesso non avevamo avuto nessun riscontro positivo in campo del nostro grande lavoro. Sapevamo di allenarci bene e di impegnarci molto, ma ogni tanto è importante avere anche del feed positivo dalle partite. Poi, finalmente tutte le nostre giocatrici stavano bene fisicamente, condizione che sfortunatamente non abbiamo avuto all’inizio del campionato.

È stato un grande risultato che è arrivato grazie al lavoro di tutti.

Qual è stato il fattore principale che vi ha portato a questa grande vittoria?

La finale contro la Dinamo Mosca è stata una partita che oltre a livello tattico è stata giocata con il cuore. Non è possibile individuare un solo fattore dato che quando si parla di squadra si parla di tattica ma anche di tanto cuore. C’è stato un momento nella finale quando ci siamo letteralmente aggrappati alla partita e in quei momenti la sola tecnica non basta. Entrano in gioco tante componenti anche mentali.

La Bergamo che abbiamo visto in finale era molto diversa da quella scesa in campo contro Perugia: più attenta, meno fallosa e con maggiore determinazione. Cosa è cambiato nella squadra tra la semifinale e la finale?

La partita contro Perugia si è giocata soprattutto a livello mentale. Sapevamo di essere superiori alla Despar e quindi la partita era come una scommessa che potevamo solo perdere. Contro la Russia invece è stata una partita che si giocava su vari fronti. Prima di tutto perché era una finale e inoltre perché la formazione di Mosca era un’avversaria davvero forte. Quindi contro la Dinamo, almeno all’inizio, è stata una partita giocata a livello tecnico, e poi come ho detto, è subentrato il cuore, e le ragazze ne hanno messo davvero tanto.

In questa vittoria di Bergamo, possiamo parlare di un fattore marchigiano? Infatti in panchina siete addirittura in tre: tu, Davide Mazzanti e Matteo Bertini. Come si è formato questo trio vincente?

Dobbiamo partire da lontanissimo, quando abbiamo iniziato ad allenare tutti e tre insieme a Corridonia in serie B. Poi ci siamo ritrovati tutti e tre in nazionale e sulle panchine di Santeramo e Bergamo in A1. I risultati dimostrano che tra di noi lavoriamo davvero bene e vincere la Champion League è stata un’emozione anche più grande per tutto il percorso che si è fatto insieme.

A proposito delle Marche. Quella contro Pesaro per voi è una sorta di derby oltre che ad un importantissimo match contro la prima in classifica. Come arriva la Foppapedretti a questo importante appuntamento?

In realtà in questi giorni ci siamo solo riposati. Siamo ritornati da Perugia solo lunedì e non avevamo le forze né mentali né fisiche per allenarci. Arriveremo quindi alla partita contro la Scavolini senza un allenamento particolare. Forse ci si poteva preparare di più, ma dopo una finale di Champion è giusto anche recuperare le forze. Questo però non vuol dire che stiamo sottovalutando l’appuntamento contro Pesaro. Noi scenderemo in campo per vincere: stiamo lottando per il secondo posto e vincere questa partita è indispensabile. Siamo consapevoli di essere una grande squadra e di avere i mezzi per riuscire a strappare a Pesaro questo match, anche se le partite importanti inizieranno tra 20 giorni con i play-off.

Hai paura che la vittoria in Champion League possa deconcentrare le ragazze alla vigilia di questa partita?

Siamo tutti grandi e vaccinati per capire l’importanza di questa partita dato che in gioco c’è il secondo posto in classifica, una posizione importante in vista dei play-off. Pesaro arriverà a questa partita molto determinata e preparata: hanno avuto ben 10 giorni d’allenamento prima del match. Noi comunque scenderemo in campo consapevoli dei nostri mezzi e dei nostri obiettivi: giocheremo sicuramente al 100%. Fissare degli obiettivi, e lottare per raggiungerli è importante per non perdere la concentrazione. Inoltre, a Pesaro ci temono perché sanno che ogni volta che ci affronteranno in palio ci sarà qualcosa di importante. Questo fattore psicologico può essere importante anche in questa partita.

Un pronostico per questa partita?

Con Pesaro è sempre un 3-2.

Articolo pubblicato su www.viverepesaro.it

lunedì 13 settembre 2010

Kasia Skowronska

L’intervista a Katarzyna Skowrońska, opposto della Scavolini Volley nelle due ultime vittoriose stagioni, ha per me un sapore tutto particolare. È stata lei, infatti, a dare il battesimo al mio primo articolo e alla mia carriera di giornalista sportiva e….quella prima intervista, devo ammetterlo, non era andata per niente bene. Presa dalla frenesia e da un certo timore reverenziale, infatti, ero partita talmente a raffica con le mie domande che la povera Kasia mi aveva guardato perplessa chiedendomi se l’intervista era per caso in inglese. Potete quindi immaginare come ho reagito alla richiesta di intervistarla per questa rubrica. Il mio primo pensiero è stato: riuscirò a mantenere la calma e a formulare le domande in una lingua “almeno" comprensibile? A facilitarmi il compito ci pensa la stessa Kasia che, di fronte alla mia candida confessione mi racconta che anche lei ha avuto qualche difficoltà al suo esordio nella massima serie italiana: “È normale e capita anche a noi giocatrici. Pensa che al mio esordio in serie A con la Minetti Vicenza nel 2005 ero talmente emozionata che durante il riscaldamento non riuscivo nemmeno a schiacciare...poi dopo il primo pallone è andato tutto liscio!”.

Non mi resta quindi che buttarmi. L’ultima volta che avevo visto Kasia era il 18 maggio a Milano, con la coppa levata al cielo e il viso rigato dalle lacrime; lacrime di gioia e anche un po’ di dolore per un secondo scudetto conquistato con il cuore e superando mille problemi: “a me piacerebbe avere sempre il sorriso sulle labbra quando gioco: ma quest’anno non è stato possibile. Noi sappiamo bene che è stato difficile combattere con tutti i problemi che abbiamo avuto e gestire i segreti come gruppo: i panni sporchi, si sa, si lavano in casa; alla fine però sono state proprio queste difficoltà che ci hanno dato una motivazione in più. Durante questa stagione abbiamo avuto il tempo di maturare e di diventare più forti. Dopo un campionato molto faticoso come quella passato vincere di nuovo lo scudetto è stato importante e molto emozionante. Io personalmente non avevo sempre il sorriso il campo perché sentivo questa pressione in maniera molto forte e anche perché il problema al tendine, soprattutto ad inizio stagione, non mi dava la possibilità di esprimermi come avrei voluto e potuto”. Questa di quest’anno, secondo Kasia e la maggior parte delle atlete della Scavolini , è stata una vittoria “di gruppo”. “È un cosa fondamentale: un rapporto speciale con le tue compagne può spostare le montagne. Se non ti trovi bene con le altre atlete, anche se sono tutte brave ragazze, senza lo spirito di gruppo non si vince nulla! Logico, non è che tutte siano le tue migliori amiche: al massimo, in una squadra, riesci a trovare una o due persone che frequenti anche al di fuori del palazzetto. L'importante, però, è essere unite in palestra. Tutte siamo diverse, ma qui a Pesaro non ci sono mai stati grossi problemi fra di noi. In particolare, non ci sono stati problemi personali e questo è una cosa buona. Ho trovato compagne con un buon carattere e la società lavora dando molta importanza a questo aspetto”.

Una società che negli ultimi tre anni ha saputo confermarsi ai vertici del volley italiano e con la quale l’opposto polacco ha vinto due scudetti, due supercoppe e una coppa Italia: un palmares davvero invidiabile per ogni giocatrice. Ma perché allora la decisione di recidere il contratto e di firmare con la corazzata turca del Fenebahçe? I più maliziosi parlano di un contratto stellare al quale sarebbe stato folle rifiutare, ma Kasia ci parla anche di una ragione più personale e soprattutto sportiva: “penso tanto prima di fare una cambio di squadra, e per ora non ho mai sbagliato! Cerco comunque di andare in squadre forti dove posso esprimermi al meglio come persona e come giocatrice. Mi sono sempre trovata bene ovunque sono stata, anche se ovviamente ci vuole un po' di tempo per ambientarsi. Tutti mi chiedono perché, quando ma come, e dicono che non se lo aspettavano...nemmeno io me lo aspettavo! Sinceramente pensavo di stare qui avendo un altro anno di contratto: mi trovavo bene, e abbiamo pur sempre vinto tre scudetti. Tuttavia io sono dell’opinione che non bisogna mai accontentarsi e nel mio contratto, avevo chiesto personalmente una clausola per lasciarmi una porta mezza aperta per poter andare. La mia società sapeva che avevo varie proposte interessanti, ma prima di tutto volevo vincere lo scudetto in Italia. Ora che ho raggiunto questo obiettivo, sento di dover trovare altri sogni, altri obiettivi. Da parte mia ho fatto anche dei sacrifici per rimanere qui perchè in Italia da anni si guadagna sempre mediamente bene ma non molto bene. Ma, sinceramente, io mi sono sempre interessata più del livello che del contratto: le mie sono state sempre scelte sportive e non economiche! Pensando poi che a 30 anni vorrei tanto avere dei figli, ho voluto accettare delle proposte che avevo rifiutato già per due volte: alla terza, quindi, non ho potuto più dire di no anche perché dopo non so se si ripresenterà l’opportunità! Mi hanno dato la possibilità di firmare un buon contratto e poi dopo aver guardato la squadra con la quale giocherò…ho preso la mia decisione. Poi oggi ho saputo che in panchina avrei ritrovato Zé Roberto, e per me sarà un grandissimo piacere”.

Eh sì! Dopo la fantastica stagione 2008-2009 alla corte del tecnico brasiliano, Kasia si dice entusiasta di ritrovarlo al Fenebahçe di Istanbul. “Io penso che ogni atleta impari qualcosa da tutti gli allenatori. Zè mi ha fatto però vedere la pallavolo da un punto di vista dal quale non l’avevo mai guardata prima: grazie alla sua mentalità, la personalità, il carattere, mi ha aperto gli occhi riguardo tante cose che prima non pensavo. Il suo modo di essere e la sua maniera di trattare le persone, unite a tutta la competenza che ha in materia di volley, ti suscitano un grande rispetto: se mi dice di tuffarmi mille volte o di pulire il parquet…. io lo faccio”. Una dimostrazione d’affetto e di stima che Kasia esprime con gli occhi pieni di gioia e grandi aspettative. Una di queste si chiama Champion League, l’unico trofeo che manca nella bacheca dell’opposto polacco e che le è sfuggito già per due volte. “Se potessi esprimere tre desideri, uno in particolare sarebbe un sogno sportivo: vincere la Champion. Non voglio pensare troppo ai mondiali, ma la Champion League potrebbe essere un obiettivo possibile!”. E a proposito di desideri: il 30 giugno Kasia festeggerà il suo ventisettesimo compleanno, e siamo sicuri, che mentre spegnerà le candeline un pensiero andrà anche all’esame della patente italiano per il quale la giocatrice sta studiando davvero tanto: “è davvero molto difficile! Già non mi piace troppo studiare; doverlo fare anche in italiano…è davvero un incubo!”.

Ma come passerà il giorno del suo compleanno l’ex numero 7 di Pesaro? “Visto il periodo, normalmente festeggio il mio compleanno con la mia nazionale. Come funziona? Vai, compri una torta e un prosecchino, ti cantano la canzoncina e….poi ci si allena senza fare troppi festeggiamenti! Quando ero piccola invece la torta me la preparava mia nonna e il suo dolce è la cosa che mi manca di più assieme al sapore e all’odore degli amaretti che ci metteva sotto! Quando sento il sapore degli amaretti mi viene in mente questa torta che lei mi preparava sempre”. Ma non tutti i compleanni sono all’insegna degli allenamenti: “fortunatamente ogni tanto la mia famiglia mi fa una sorpresa come lo scorso anno quando a Varsavia hanno organizzato una festa a sorpresa con più di quaranta persone. È stato il regalo più bello che mi abbiano mai fatto e mi sono emozionata davvero tanto: c’era tutta la mia famiglia assieme a persone che non vedevo da anni. Inoltre, ero appena uscita dall'ospedale e portavo ancora le stampelle: era un periodo difficile per me. Devo ringraziare Kuba che ha organizzato tutto senza dirmi nulla! All’inizio volevo “ucciderlo” perchè solitamente non amo molto le sorprese e preferisco sapere tutto. Ma devo dire invece che è stata una festa bellissima”.

Kasia e Kuba (all’anagrafe Jakub Dolata) si sono sposati cinque anni fa, anche se il loro primo incontro, a sentire la giocatrice, non prometteva niente di buono. Almeno all’inizio: “quando ho detto ai miei amici, soprattutto qui in Italia, che mi stavo per sposare tutti mi chiedevano: “perché ti sposi? O mamma mia! Sei incinta?” E io rispondevo sempre: “No! Sono innamorata e ho trovato l'uomo giusto! Se qualcosa va storto vedremo”. A quell’epoca avevo 22 anni! Lui mi aveva chiamato al cellulare, senza che io gli avessi dato il numero, e mi aveva detto che se vincevo dovevo pagargli un caffé. Io mi sono quasi offesa e ho pensato: “com'è possibile che una persona ti cerca per il primo appuntamento, al buio per giunta, ed è persino così arrogante? Chi pensa di essere?” Ma alla fine ho voluto rischiare! Il suo modo di fare mi aveva incuriosito e così ho deciso di uscirci!” . Per stare vicino a Kasia e per appoggiare la sua carriera pallavolistica, Kuba ha deciso di lasciare il suo lavoro alla Philip Morris e seguire sua moglie in Italia: Lui all’epoca lavorava in una ditta importante ma ha sacrificato la sua carriera personale per me e io un giorno voglio fare lo stesso per lui”. Il futuro della giocatrice polacca sarà quindi sicuramente all’insegna della famiglia: “ho fatto un patto con Elke Wijnhoven: quando avremo entrambe dei bambini ci siamo promesse che ci andremo trovare a vicenda tra Varsavia ed Amsterdam. Sono una donna che per essere completa deve avere dei figli e se Dio mi darà questa possibilità, io ne sarei felicissima”.

E se per le 30 candeline mancano ancora tre anni, Kasia e Kuba fanno le prove generali con Dado, il piccolo carlino che Kasia ha ricevuto in premio per una scommessa con suo marito: “l’arrivo di Dado ha sconvolto la mia vita! È come avere un figlio perché vuole una costante attenzione: pensa che quando vado a fare la doccia lui vorrebbe entrare con me! Ma sa anche regalarti tanto e io vorrei non separarmi mai da lui. Quando esco senza Dado mi sembra che mi manchi qualcosa”. Ma a parte la certezza di volere dei figli, è ancora troppo presto per fare dei piani dettagliati per il futuro: “è una domanda che mi pongo spesso….ma non ho ancora trovato qualcos’altro che vorrei fare dopo la pallavolo: sinceramente non lo so proprio! Sto facendo ancora la giocatrice, e si sa….noi donne siamo così: un giorno sarò una cantante e dopodomani una pittrice! Cambiamo idea spesso, e quindi saprò cosa fare nel mio futuro solo quando concluderò con questo capitolo della mia vita”.

Ma se il futuro di Kasia è ancora incerto tra il volley, il canto o la pittura, il presente è ancora tutto sul taraflex. Una scelta che è avvenuta tanto tempo fa e a cui lei ha deciso di dedicarsi anima e corpo: “ho iniziato a giocare a pallavolo seguendo l’esempio de i miei due fratelli maggiori, Tomek e Marek. Uno di loro, il più grande, giocava nella serie A1 polacca. Guardando loro io mi sono affezionata a questo sport e così ho deciso di provare anche io a giocare…e ce l’ho fatta. Ho iniziato a giocare a 13 anni, facendo le prejuniores e poi le juniores come tutte. Avendo iniziato così tardi ho saltato un po' di tappe iniziali tipo il minivolley, ma poi ho fatto tutti i gradini che si devono fare anche se in maniera molto veloce. Sognavo da sempre di andare a giocar in Italia perchè il livello qui era ed è più alto. Il vostro campionato era il mio più grande obiettivo all’epoca!. Ma non è stata una strada facile: io mi sono impegnata tantissimo per raggiungere un livello tale da poter giocare qui...così, quando mi è arrivata la proposta da parte della Minetti Vicenza non ci ho pensato più di tanto e sono partita”.

Una determinazione che la giocatrice polacca non sfoggia solamente in campo ma che è ben visibile anche nella vita di tutti i giorni. Un esempio? Bhè….alla festa per lo scudetto organizzata dalla Scavolini Volley, Kasia è stata premiata in veste di “Miss…sbaffo l’ombretto” per l’onnipresente trucco sui campi da gioco. Se le si chiede una spiegazione a proposito, Kasia non ci pensa due volte e dice: “ le mie amiche mi dicono continuamente:Kasia perchè ti trucchi? sei bella ufermarsi ai vertici del volley i mio marito pensano la stessa cosa… ma io voglio così. Sono ormai due anni che me lo metto per le partite: è un qualcosa di più, una cosa da donna! A me piace mettere il trucco e comprare i prodotti! Non ho possibilità di vestirmi bene perchè siamo sempre in tuta, e quindi mettere l’ombretto anche per una partita è un'attenzione che ho per me stessa”.

E come darle torto? Una donna che sa quello che vuole e che non teme le nuove sfide: Scavolini o Fenebahçe, campo o vita, Kasia avrà sempre ben in vista i suoi obiettivi. Sempre con un po’ di trucco, che non guasta mai!

Articolo pubblicato sul numero di giugno 2010 di Pallavoliamo http://www.pallavoliamo.it/publishedpage.aspx?issueid=cb62502a-3744-4b16-8542-0543e6d82df1&pageid=dd72b0a9-2cbe-48d5-b982-b52037bfc021

In viaggio con i Balusch

La partenza è fissata per le 14.15, ma posso fare con comodo mi dicono: il bus è “sempre puntualmente in ritardo”. Ma sono talmente agitata che alle due meno dieci sono già sul posto. Poco male; nell’attesa faccio conoscenza con quelli che per quattro ore saranno i miei compagni di viaggio in questa trasferta milanese: ci sono liceali, casalinghe, panettieri, giornalisti, radiocronisti, bambine, pensionati ed ex giocatrici di volley. Sono loro i Balusch, i tifosi della Scavolini che mi danno uno strappo fino al PalaLido per gara 3 delle finali scudetto. Molti di loro già li conosco; ma tra di loro c’è una signora che non avevo ancora visto nella curva bianco-rossa. Dall’accento capisco che è argentina: sarà una fan di super Carol? Ma non c’è tempo per le presentazioni: l’autobus è finalmente arrivato e i Balusch iniziano a caricare i striscioni, le bandiere e tamburi. Qualcuno fa già le prove dei megafoni intonando qualche coro. L’umore è già buono e sull’autobus si continua a scherzare e a parlare del più o del meno. Ma gira e rigira, l’argomento è sempre quello: l’imminente gara tre tra Scavolini e Villa Cortese. Impazza così il toto-volley: i più non si vogliono pronunciare sul risultato finale “per scaramanzia”, ma mi dicono che in caso di vittoria hanno già pronto qualcosa. Intanto faccio conoscenza anche con la signora argentina: quando mi dice di essere Mercedes, la madre di Carolina Costagrande, stento quasi a crederlo. “Mamma Carol”, come la chiamano affettuosamente i Balusch, è stata affidata alle cure della signora Gigia proprio dal numero 12 della Scavolini, e i tifosi pesaresi non si sono fatti pregare due volte. Tra una chiacchera e l’altra, Mercedes ci racconta degli inizi di Carolina: di quando la sua piccola, a soli quattordici anni, ha lasciato casa per andare a giocare con la nazionale, delle lacrime che ha versato appena ha lasciato Carol in palestra, i primi anni in Italia di sua figlia e il problema al ginocchio che le ha dato sempre tanti problemi. Nell’autobus cala un silenzio quasi reverenziale: tutti sono attenti al racconto di quella che è una delle giocatrici più amate in casa Scavolini. Nicoletta mi dice addirittura di avere gli occhi “a forma di cuore”: Carol è infatti il suo idolo, e ascoltare la storia direttamente dalla mamma della giocatrice è un’emozione unica. Ma “basta con le ciance: tutto questo parlare ci ha messo fame”. E così, come per magia, dalla stiva dell’autobus i Balusch tirano fuori pizze farcite, panini, crostate e tante altre leccornie. “Ma quanto tempo volete fermarvi lassù?” chiedo. “Ma no, no, questo è per oggi!”. Si stappa pure qualche bottiglia di prosecco, regalo dei tifosi di Conegliano, ormai amici di merenda dei pesaresi. Anche “Mamma Carol” si mette all’opera e taglia la pizza preparata da Alessandro… e vista la velocità con cui vanno via i tranci, si può dire il Balusch panettiere ha fatto davvero un buon lavoro. “È da questa mattina che sforno” dice Ale: i Balusch esplodono in un fragoroso applauso. Dopo essersi rifocillati, è tempo di ritornare alle questioni pallavolistiche. A tenere banco è soprattutto la lettera di protesta inviata dal presidente di Villa Cortese in merito alla disastrosa accoglienza riservatagli a Pesaro. Cosa gli aspetterà a Villa? Qualcuno teme che per ripicca, i Balusch saranno rilegati in una zona sfavorita del palazzetto, altri che finiranno a vedere la partita fuori su un mega-schermo. Ma la Gigia calma gli animi: “Il presidente mi ha assicurato che saremo trattati da veri Vip”. Anche se qualcuno non sembra proprio convinto, si passa a parlare di altro. Come ci si sente alla vigilia di un match così importante? Un ragazzo di nome Alessandro mi confida di avere un po’ paura: “quando si va in trasferta si ha sempre paura di non tornare vincenti. Fortunatamente noi siamo stati abituati molto bene in questi anni e quindi anche questo viaggio per noi è un momento di festa. Sembra quasi di andare in gita scolastica”. Gigia ci dice invece che fare le trasferte con i Balusch serve ad abbassare la tensione dell’attesa: “Le emozioni che mi accompagnano in questa trasferta non si possono descrivere, ma mangiare e fare due risate con degli amici aiuta a stemperare la tensione pre-partita. È dalle sei che sono in piedi per l’emozione”. Insomma, il viaggio con i Balusch aiuta non farsi sopraffare dalle emozioni. E sembra che la ricetta funzioni. Parole di “Mamma Carol” che in spagnolo mi dice di essere “molto contenta di fare questo viaggio in compagnia dei tifosi di Pesaro, perché la tensione in realtà è tanta e grazie a loro sono riuscita a controllarla. Questa è una partita davvero importante per le ragazze”. La domanda sorge allora spontanea: come le è sembrata Carolina alla vigilia di questa gara tre? “Non ho potuto vedere Carol di persona, ma le ho parlato per telefono e mi è sembrata calma. Comunque sia “va a luchar hasta el final”. E tutti i Balusch sperano che la loro begnamina possa davvero ripetere le super prestazioni di gara 1 e gara 2. Milano si avvicina, e dato che i Balusch sono tifosi professionisti – hanno pure stilato un loro codice di leggi – è tempo per le prove generali dei cori. Per “istruire anche le matricole” – e io sono una di quelle - si parte dalle basi: da “noi cantiamo tutti insieme Pesaro” al cavallo di battaglia sulle note dell’Aida – “da cantare solo dopo il punto numero 23 mi spiega Luigi – tutti i Balusch si impegnano nelle prove. E l’atmosfera è talmente coinvolgente che mi ritrovo anche io ad intonare “Forza Scavo Olé, non mollare perchè…”. Ma il pezzo forte deve ancora arrivare: in onore della signora Mercedes, i Balusch cantano le tre canzoni dedicate a “Super Carol”. Addirittura tre? “È che se tutte le volte fa 35 punti ci servono tre cori, sennò non basterebbero le parole”. Manuel e Gigia danno le ultime indicazioni tecniche ai percussionisti: tutto deve essere perfetto per quella che potrebbe essere la gara del terzo scudetto bianco-rosso. Finalmente un segnale stradale ci indica l’arrivo nell’area urbana milanese: la tensione inizia a salire, soprattutto quando il nostro autobus rimane intasato nel traffico milanese. Per fortuna c’è ancora qualche cosa da mangiare! E così, senza nemmeno accorgerci, arriviamo davanti all’ingresso del PalaLido. Sono le sette e dieci quando due poliziotti ci scortano fino all’entrata: intorno a noi tante sciarpe bianco-blu di Villa. “Questa sera sarà dura farsi sentire” mi dice Manuel. Io prendo le mie cose e saluto i Balusch augurandogli un buon tifo. Quando li vedo entrare, con i loro bandieroni e i loro tamburi so che metteranno tutto il loro cuore per dare il massimo supporto alle Colibrì; so che, qualsiasi sarà il risultato, continueranno a tifare e a lottare con le loro giocatrici. L’arbitro dà il fischio d’inizio; Berg va alla battuta. Il resto è già leggenda!

Articolo pubblicato sul numero di maggio 2010 di Pallavoliamo @ http://www.pallavoliamo.it/publishedpage.aspx?issueid=9cfd8242-9a5f-459b-8fde-9df860fe5bb3&pageid=93cd6dc2-12cf-49a8-800b-857a2f5b331e

Lindsey Berg

While sitting at a table in a bar, during a cold April morning, a thought comes to my mind: Lindsey Berg is sitting right in front of me. Yes, she herself who brought the US Women’s National Volleyball Team to victory against Italy during the 2008 Beijing Olympic Games; she herself who I have always admired since I saw her playing in Pesaro some years ago; she herself who I am happy to see playing again in the Italian Volleyball Championship.

Watching her play strikes me with a sort of emotion, even though Lindsey is not one of those players that volleyball fans consider a “myth”. But she is a myth for me; and that is enough to feel a sense of admiration. But I can’t let this emotion get the best of me: I am here to listen to what this fanciful player has to tell. Yes “fanciful” is the right term to describe Lindsey’s style and way of playing: pure instinct, rapidity and originality, both on and off the court. Just take a look at her personal blog (www.lindseyberg.blogspot.com) where, between a comment on her last match and a dinner at her favorite restaurant, you may also spot the cape she is wearing in pictures that underlines her unique taste in fashion and her willingness to follow it.

Original article published on Pallavoliamo, May 2010 @ http://www.pallavoliamo.it/publishedpage.aspx?issueid=256314f9-7eb4-4be9-ab43-2df2a6aa3615&pageid=5a070216-e6e4-48ca-ab35-a546cff8648e

Lindsey arrives at our meeting with this aura of originality, so genuine and simple to wipe away any sense of embarrassment and to arouse a great curiosity. Beginning with her origins, Lindsey is Hawaiian, from Honolulu. However, as she explains to us, there is nothing weird about this. ‘In Hawaii, volleyball is the most popular sport. I started playing beach volleyball when I was only six years old, as in the bay where we lived there was a beach volleyball club. It was easy to start. Moreover, my father was a player too, and I used to follow him during the US Nationals. When I was still a child, I surfed too, mainly long boarding. It was a quiet and beautiful life: living in Honolulu is like living in a little paradise. You don’t pay so much attention to the terrible things that happen in the world and it is a fantastic place to live your early years and youth. However, nowadays I couldn’t go back and live there anymore as too many things have come into my life. Honolulu remains a marvelous place though”.

Lindsey bears an enduring mark of her native land in her second name: Napela. She is so proud of her Hawaiian heritage that her closest friends call her “Napela”. “My Hawaiian name reflects my exotic side…but this is not the only reason I like it so much; it is a name that has its roots in my family’s ancestors: my aunt had it and so did my grandmother’s sister. It derives its origins from the traditions of my land and recalls the peace of those places, where one can live in complete quietness. Actually at home my family calls me in other different names: Lin, Lou or Lindsey Lou. This last name derives from an old song, I think”.

A shadow of nostalgia is recognizable in Lindsey’s words. It has been a year and a half since she went home last, after the 2008 Olympic Games. I look out of the window and I wonder how such a solar person can endure living in such a cold and grey climate like this, in the north of Italy. Maybe, I think, the very reason is that she has her own sun shining inside her heart, and thus, she does not need another sun in the sky to feel happy. But how can she deal with the cold? In fact, cold seems to be a constant in Lindsey’s life. In her college years, she enrolled at the University of Minnesota; and as you know, Minnesota is not so famous for its temperate climate. “Everybody asked me how I could survive there. Actually I knew that I wouldn’t stay for a long time. In Minnesota, I was offered the chance to study and play volleyball, thanks to a scholarship. Doing both is never easy for athletes, and I was no exception, as I don’t like school very much. However, as I was so eager to be done with my studies as soon as possible, I graduated in a record time: I was twenty-one and I was finally free to apply myself full-time to volleyball”.

The player’s next step was finding the right occasion to boost her career. Lindsey found it soon after graduation, when she signed for Minnesota’s first volleyball team and met Kevin Hambly, the second coach of the US National Volleyball Team. Coach Hambly was quite impressed by the Hawaiian’s qualities and convinced his staff to audition her. I had already had some auditioning with the national team when I was sixteen, but I wasn’t the right setter they were looking for: I was not tall enough to play with the national representative! On the contrary, Hambly trusted me, regardless of my physical qualities and thus, soon after the 2002 World League, I left Minnesota for a training camp in Colorado Spring with the national team. We were preparing for the Olympic Games of Athens”. In fact, Beijing was not Lindsay’s first experience at the Olympic Games. In Athens, I was the second setter and no doubt that the Olympic atmosphere is something special, in particular the first time you live it. I can’t say it was a good experience though. The team was not competitive and thus, I felt so discouraged that I wanted to quit”. Luckily, Marcello Abbondanza saw Lindsey playing at the World Grand Prix in 2004 and wanted her at Pesaro: “Well, Italy…How could I refuse such a great opportunity? In Italy, they play the best volleyball tournament, with the best players. The Italian Volleyball League is like NBA or NFL here in the US, both for the quality of the game and for the players preceding from all over the world. It was too important and so I accepted Marcello’s offer”. Then, once in Pesaro, I started living in this beautiful country and understood that there was no other place I could possible stay. Now Italy has become a third home to me!”.

Pesaro has not been Lindsey’s only experience in Italy. She also spent one season in Novara. “That was a difficult year! I can’t say what my team was missing specifically: simply, we lacked something”. But, with her innate positivity, the Hawaiian setter tells us that despite all the difficulties, the experience was good: “I played my part to the end and despite everything I was looking forward to playing again in Italy. During my first season in Pesaro, I measured myself with a new and more complex game; I played a lot of matches and practice forged both my temper and my game. I definitely grew up a lot from my college times and I must confess that Pesaro had a crucial part in my volleyball career. However, after three years, I felt that it was time to go”.

After one year in the US, Lindsey was then ready to go back to Italy. On Villa Cortese’s team, the setter found a little part of her past by rejoining past teammates (the libero, Paola Cardullo, and the middle blocker, Sara Anzanello) and her former coach at Scavolini Pesaro, Marcello Abbondanza. “When there’s a good feeling between the setter and the coach, that’s perfect for the team. By bringing me to Villa with him, Marcello gave his team a solid stability. Moreover, time has passed for both of us: he has become a better coach and I improved a lot, al least I believe. The team can count on great players, and Marcello and I put our experience at their disposal”. Villa Cortese has already won the Coppa Italia (Italian Cup) and is about to start the play-off finals. I can’t say whether this is my best season s3Acity>. However, as she expabout is that here I feel at ease. I’m the setter of a very strong team that could easily compete with the US National Team; I have a good relationship with all of my teammates, both in and outside the court. Tai Aguero makes wonders every time she touches the ball ; Cardu is perfect in defense and I feel comfortable playing with Anza in attack.: I often set the ball to Sara trying to push the quick hit as much as possible. Our society gives us the right support without too much pressure and our coach has done a great job in creating a close group. Last but not least, we have great supporters. Before arriving at Villa, I had already heard about the warmth and great organization of the local supporters here. But nothing could prepare me for the reality: they follow us everywhere, even when we play far away from their town. Sometimes, when I enter our stadium I have gooseflesh! And I’m nearly 30 years old! Everybody says that we are going to win the finals, but I wouldn’t say it out loud. We are aware of our strength and if we play the way we know, beating us is really tough. However, in the Italian League, there are many other strong teams and often we are not able to play at our best”. The weaker point of this team is in fact its inconsistent mentality: “when we are two sets above, we tend to relax: it is not a matter of arrogance; simply we are not able to stay focused on our game all the time. This is an aspect of our game we must work on”.

When Lindsey plays, in fact, sometimes passion and adrenaline get the better of her. “Together with my name, I have another tattoo: they are Chinese characters meaning “fire” and “strength”. I wrote them in Chinese because Chinese blood flows in my veins, together with Portuguese and Lithuanian influences from my father’s side. I chose those words as they mean a lot to me: when I play I have a fire in my heart and strength in my mind. I’m not good in technique. I can cover nearly every role in a team, because I have been playing as a hitter since I was eighteen years old. But this isn’t the only reason. I learned how to play volleyball when I was a child, without dividing tactic elements from technique. For me they were one thing. I try to overcome my physical limits with my rapidity, my instinct, my creativity and my knowledge of the game. That is why, I consider the heart and the mind the two most important things both in life and sport: they are what makes the difference between a player and an athlete”.

In particular, it was precisely her heart and her mind that allowed the US to win against Italy at the Olympic Games in Beijing: “In that moment I didn’t even watch who was standing at the other side of the net. From the bench, the only thing I could see was that my team was in difficulty and I was thinking how to change things and how we could reach our goal – winning a medal after Athens’ disillusion. I was so focused on the match that when I entered the court I changed the sorts of the match. After the match, I felt sorry for all my Italian friends…but only later! Actually, I am lucky as I had many people who were equally happy for our victory and for my performance”.

Peering into Lindsey’s blog, you can find several pictures with another Villa Cortese’s player, Manuela Secolo. “When I arrived here in August I got in contact with people and players I already knew from past seasons, such as Tom Logan and Valeria Rosso who play in Novara, a town not far away from Villa Cortese. Little by little, then, I also got closer to my new teammates, and among them Manu is the person I spend more time with outside the volleyball courts. Actually, we are two very different individuals: maybe this is the very secret of our friendship. Just think that when we were opponents, I could barely stand her! She disclosed her world to me; she introduced me to her friends and I found myself at ease here in Villa all thanks to her! I don’t need anything special to be happy in a place: I’m a very quiet person and I can spend a whole evening in complete silence and enjoy the company anyway. Outside and inside the volleyball courts I’m a very different person: when I play, I’m very plucky and sometimes I might be even mean. This year, however, I haven’t gone out so much: time is passing, and my body needs more rest! But I love shopping! Fashion is my passion and when I stop playing, I’d like to open a boutique or be a personal shopper. I’d also like to study as a stylist: I believe that wearing clothes is not only a matter of aesthetic, but a lifestyle. Fashion is a way of being, more than presenting oneself. Having Milan so close is a perfect match for this passion of mine, and that’s also why you’re going to find a lot of fashion details in my blog”.

The time hasn’t come yet to become a stylist. The Olympic Games in London are getting closer, and there are still two seasons left to get ready for this important event. And the Hawaiian setter wants to be there: you can sense it, you can feel it from they way she talks, from the way she is telling us about her dreams, from her eyes, her smile and from the tone of her voice. When Lindsey speaks, her voice is always calm: she does not need to scream to make herself heard or noticed, and she does not need to speak to make herself understood. In fact, the third tattoo on her forefinger reads “Ssshhhh!”. The player tells us that is an admonition both for herself and her opponents. It reminds me that before speaking you have to know what you are talking about and that you can’t judge someone only by the appearances. This is a fundamental teaching in everyday life and a fundamental in my way of being. I want to be free to express myself for who I am and I hate when someone speaks about me without even knowing me. So do I, I try not judging others. In the end, our actions tell who we are: no gossip, no judge…actions speak louder than words”. We agree, especially when this refers to Lindsey’s game: nothing is more convincing than her way of living the match.

After this interview, my impression of standing in front of a myth has vanished. What I feel now is a desire to listen more, and to meet her again, and again. It’s a sort of inexhaustible and enjoyable sensation; something I would call respect.

Elke Wijnhoven

Per le avversarie è un incubo in difesa: quando il punto sembra ormai fatto, ecco che dalle retrovie spunta lei, l’Olandesina Volante, che con un balzo felino riesce a raggiungere anche le palle più impossibili. Il tutto con una grinta e una determinazione degna di una tigre. Eppure, a guardare quegli occhioni azzurri e il sorriso con cui risponde alle nostre domande, non si direbbe che Elke sia così terribile. E invece… “sono una persona assai diversa fuori e dentro il campo. In partita a volte sono anche un po’ cattiva: urlo e faccio cose che fuori dal campo non penserei neppure di fare. Nella mia vita di tutti i giorni sono più tranquilla: mi piace molto scherzare e sono più socievole”. Nonostante la “cattiveria”, Elke Wijnhoven, libero della Scavolini Volley da ormai tre anni, è un punto importante di riferimento per le proprie compagne non solo in difesa ma anche a livello psicologico.

Emblematico a proposito è il suo rapporto con Carolina Costagrande: “avevamo già giocato nella stessa società a Forlì e già a quei tempi ci trovavamo bene insieme. Lei mi aiuta tanto in campo perché è una grande giocatrice, se non la più forte al mondo. Mi dà tanta tranquillità e, quando ne ho bisogno, mi dà pure una scossa. Allo stesso tempo, comunque, anche io riesco ad aiutare lei: quando per esempio si trova in difficoltà, a volte tra di noi basta anche solo uno sguardo perché sappiamo già cosa serve all’altra”. L’intesa tra il numero 5 bianco-rosso e la schiacciatrice argentina dà vita anche ad un simpatico siparietto prima di ogni match, e a volte anche prima di un set importante: Elke salta letteralmente al collo di Carolina per un abbraccio, che più che scaramantico, è indice di una profondo affetto tra le due atlete: “con Caro ho un rapporto speciale. Non è che ci frequentiamo molto al di fuori del palazzetto, o che ci vediamo fuori dalla pallavolo, però dentro il campo e in allenamento tra di noi abbiamo qualcosa di speciale”.

A scacciare ogni traccia della “tigre” è però il ricordo del suo matrimonio con Richard Schuil, campione di beach volley e vecchia conoscenza del campionato italiano. I due si sono sposati la scorsa estate ad Amsterdam, e a guardare dal viso luminoso di Elke nel parlare della cerimonia, si direbbe che sia stato il giorno più importante della vita della giocatrice olandese. “Il giorno del mio matrimonio è stato veramente bello perché sono venute delle mie compagne di squadra – almeno, quelle che potevano e che non erano impegnate con le rispettive nazionali: Cristiane Fürst, Francy Ferretti, Kasia e anche Lucia Lunghi con tutta la sua famiglia: lei è una mia grande amica e sono molto unita anche con i suoi genitori. C’erano altre giocatrici con le quali avevo giocato anche negli anni passati a Forlì, e tanti amici di mio marito Richard che ha giocato per tanti anni qui in Italia. C’era un bel gruppo d’italiani! È stato bello perchè abbiamo noleggiato una barca e dopo il “si” abbiamo continuato la festa lungo i canali di Amsterdam. Non abbiamo neppure avuto il tempo di tornare a casa, ma siamo andati direttamente in aeroporto dove abbiamo dormito per poter poi partire per il viaggio di nozze alle Maurtius”. Il matrimonio ha comunque significato un importante punto di svolta per Elke e ha sicuramente cambiato le sue priorità: non che vincere il terzo scudetto con la maglia della Scavolini non sia importante, ma il futuro dell’Olandesina Volante potrebbe andare al di là del volley: “alla fine di questa stagione devo valutare alcune cose. Una donna se vuole una famiglia deve rinunciare a delle cose. Prima, comunque voglio finire il campionato, e poi penserò bene quali saranno le mie prossime mosse. Non ho ancora preso comunque una decisione!” si affretta a dire Elke.

Infatti, alcuni mesi fa, sul destino del libero bianco-rosso era scoppiata una piccola polemica dopo alcune dichiarazioni un po’ forzate dai giornali locali che davano Elke ormai in definitiva rottura con la società pesarese. “Posso dire però che tra qualche anno mi vedo con un figlio e non voglio nascondere che questo è un mio grande desiderio. Vorrei inoltre tornare in Olanda perché mio marito è olandese e ho tutta la mia famiglia là. Inoltre, lui gioca a beach e vorrebbe partecipare alle olimpiadi di Londra: anche questo fatto potrebbe influenzare la mia scelta perché lui in inverno si allena e in estate gioca. Praticamente tutto il contrario di quello che faccio io in campionato e allora è difficile vedersi. Io vorrei passare molto più tempo con lui e dato che Richard ha già fatto dei sacrifici per stare con me in Italia, è giusto che ora tocchi a me e stare con lui in Olanda. Se comunque deciderò di smettere per dedicarmi alla famiglia, non calcherò i campi da gioco per molti anni”. Anche perché come ci spiega Elke, la pallavolo in Olanda non è presa così sul serio: “durante le partite di serie A, in Olanda, era già tanto se sugli spalti si raggiungevano le 200 persone. La maggior parte erano comunque amici e parenti più che veri tifosi. Comunque, in generale, in Olanda il volley ha meno prestigio rispetto ad Italia e Germania per esempio: gli sport principali sono infatti il calcio, il ciclismo e il pattinaggio di velocità. Se la gente in Olanda mi chiede “che lavoro fai per vivere?” e io rispondo che gioco a pallavolo, mi sento dire “no, dico sul serio, che lavoro fai?” devo spiegare che è un lavoro, che mi alleno due volte al giorno, praticamente tutti i giorni, e a tutti sembra molto strano”.

E da brava olandesina, il libero bianco-rosso si diletta anche in tantissimi altri sport al di là del volley: “a me piacciono tutti gli sport con la palla: volley, basket, calcio, il tennis. Peccato non avere abbastanza tempo libero per dedicarmi a questi. Per esempio è da tantissimo tempo che non prendo una racchetta in mano e che non scendo lungo le piste con la mia tavola da snowboard: è uno sport troppo pericoloso e rischierei di infortunarmi”. A vederla però palleggiare con il pallone da calcio, si direbbe che la giocatrice di volley non se la cavi per niente male neanche con i piedi: “è più forte di me, quando vedo una palla mi viene voglia di palleggiare. Non facevo parte di un club, ma anche quando ero piccola, per fare riscaldamento in campo, spesso giocavamo a calcetto. Sinceramente ho lasciato un po’ perdere quest’anno, forse perchè Lucia Lunghi, che giocava con me, ora non c’è più in squadra”.

Le doti balistiche di Elke sono assai note nell’ambiente, tanto che durante i festeggiamenti per il secondo scudetto pesarese, la giocatrice si è esibita in un vero e proprio show calcistico con tanto di palleggi, colpi di testa e persino uno stop da far invidia al “Pipe de oro”. Ma torniamo alla pallavolo. Come è diventata Elke uno dei migliori liberi del nostro campionato? La risposta ci lascia tutti un po’ sorpresi: l’Olandesina Volante in realtà voleva giocare in banda. Altro che difendere e fare il lavoro sporco nelle retrovie: “come un po’ per tutte le ragazze, anche a me piaceva fare il punto in schiacciata. All’inizio il ruolo del libero non è che mi piaceva tanto! Me lo avevano già chiesto quando ero più giovane di ricoprire questo ruolo ma avevo sempre risposto di no perché a me piaceva molto attaccare. La decisione di passare a giocare da libero è arrivata perché volevo passare a livelli più alti e per me che non ho una grande altezza, era impossibile farlo da banda. Forse sarei potuta andare bene per la serie A1 olandese, ma certo non qui in Italia. Ho quindi provato a fare il libero proprio per poter giocare a livelli più competitivi. Subito dopo il primo anno che ho giocato in questo ruolo mi hanno chiamato in nazionale. E’stata quindi una scelta giusta, ma a volte mi manca attaccare: ho iniziato a giocare a pallavolo proprio perché mi piaceva schiacciare”. E per rimanere in allenamento e non sentire la nostalgia dei tempi passati in prima linea, le sue compagne le lasciano attaccare qualche pallone: “in allenamento mi fanno sempre schiacciare qualche palla, e durante il riscaldamento prepartita le prime due palle Mari le alza a me” ci dice con un sorriso molto eloquente! “Ho iniziato a giocare a otto anni ed ero una banda perché il ruolo del libero non esisteva ancora. A 18-19 anni sono passata a fare il libero e sono andata anche in nazionale e qui ho iniziato la mia carriera da professionista”.

La formazione di Elke è avvenuta soprattutto in Italia, dove è arrivata nel 2001: “sono andata a giocare fuori dall’Olanda e sono approdata in Italia per la prima volta a Vicenza, nel 2001, e dopo qualche stagione in Germania sono ritornata qui. E’ il paese dove il livello della pallavolo è più alto e nel quale mi sono sempre trovata bene”. Dopo una stagione ad altissimo livello nella Infotel di Forlì, durante la quale è stata premiata con il titolo di “miglior ricezione” nel 2005, una terribile a Tortolì (ultima in classifica con solo tre punti all’attivo) e una breve esperienza nel “Club Italia” olandese, il Dela Martinus, nel 2007 Elke Wijnhoven è approdata alla Scavolini Pesaro di Vercesi e Carolina Costagrande. “In quel periodo giocavo nel “Club Italia” olandese: era un progetto attivato in vista dei Giochi Olimpici. Sono rimasta solo un anno perchè non stavo molto bene in quella squadra. L’unica cosa positiva era che potevo stare vicino a Richard. Ma dal punto di vista pallavolistico, non mi piaceva più di tanto e mi sono resa conto che se volevo ritrovare la voglia di giocare dovevo cambiare. Ho fatto così una scelta un po’ forte e ho deciso di lasciare la squadra nazionale e rispondere alla richiesta di Pesaro, preferendo la Scavolini ad una squadra Spagnola che mi aveva subito cercato. Volevo comunque tornare in Italia perché in Italia sto veramente bene. Poi, il fatto che sarei stata allenata da brasiliani e il poter giocare nuovamente a fianco di Carolina Costagrande mi hanno subito convinta. E’ stata senza alcun dubbio la scelta migliore della mia carriera”.

A Pesaro, infatti, Elke ha trovato il suo ambiente ideale che le ha permesso di crescere e di vincere quasi tutto quello che un’atleta può sognare nella sua carriera: “vorrei ringraziare la società e i tifosi che sono sempre vicino alla squadra anche quando c’e’ una sconfitta. La scelta che ho fatto tre anni fa di venire qua a Pesaro è stata la scelta migliore della mia vita”. Ma non si diventa una campionessa senza un duro lavoro e una giusta dote d’umiltà. Ed Elke ha davvero fatto tanto per poter migliorare le sue doti difensive cercando di raccogliere tutti i suggerimenti che i suoi allenatori le potevano fornire: “da ciascun allenatore io provo a prendere qualcosa che mi possa aiutare a crescere. I primi ad insegnarmi qualcosa sono stati sicuramente Pieter e Willemien Ten Haaf, marito e moglie, che mi hanno allenato quando ho iniziato a giocare. Mi hanno dato loro le prime basi per questo gioco. A farmi diventare un buon libero ci ha pensato Angelo Frigoni: ha avuto molta fiducia in me, con lui ho lavorato tanto soprattutto in ricezione perchè inizialmente questo fondamentale non era davvero il mio forte. È stato lui a farmi conoscere ed amare l’Italia: aveva molti contatti qui e così disputavamo molte amichevoli contro formazioni italiane. Così ho potuto farmi conoscere anche qui nel vostro paese. Anche Selinger, nonostante non apprezzasse molto il mio gioco, alla fine è stato importante per la mia formazione. Lui è un grande allenatore e tecnicamente mi ha insegnato davvero tanto. E che dire di Pesaro? Sia Vercesi che Zè Roberto sono stati due allenatori importantissimi: dal primo ho imparato che è importante sorridere e che si deve giocare sempre con il cuore. De secondo, che dire? Zè è per me il più bravo allenatore al mondo: è il numero uno”.

In realtá le prime allenatrici in assoluto, furono le due sorelle maggiori: “ho due sorelle più grandi e tutte e due giocavano a pallavolo: una ha smesso, mentre l’altra gioca ancora. Io ho iniziato perché loro due già giocavano e quando ero piccola loro volevano insegnarmi sempre tutto. Ho iniziato a giocare sul muro della mia casa e poi sono andata a fare un allenamento con una delle mie sorelle e sono rimasta”.

E per fortuna, verrebbe da dire! A dire di Elke infatti, senza questo modello pallavolistico ora forse la vedremo su un campo di tennis a giocare per la vittoria al Roland Garros: sempre con quel viso angelico e quella grinta da tigre che le ha permesso di recuperare palloni su palloni, quasi volando, sul terreno di gioco.

Articolo pubblicato sul numero di maggio 2010 di Pallavoliamo @ http://www.pallavoliamo.it/publishedpage.aspx?issueid=9cfd8242-9a5f-459b-8fde-9df860fe5bb3&pageid=d0b22733-3cf3-4f72-b1f4-f2cc4115562d